Franco Forchetti
La sfida dopo la sfida. Come Chiodi e Costantini hanno comunicato dopo il voto
Comunicare contro e comunicare per
Anche se le elezioni si concludono non termina la sfida della comunicazione. Perché i grandi sfidanti hanno bisogno di comunicare ai cittadini anche nella fase successiva al voto. Il vincente può scegliere di autocelebrarsi e incensarsi oppure di far vedere che non è tanto importante magnificare la propria vittoria quanto dimostrare che ci si vuol mettere subito al lavoro per il bene della comunità. Ed è quello che ha fatto saggiamente Chiodi. Chi perde, invece, può decidere di fare autocritica e analizzare lucidamente la sconfitta, mostrandosi disponibile a contribuire, anche dai banchi dell’opposizione, al governo, oppure può scegliere la strada dell’invettiva, del “j’accuse”, della lotta senza tregua. E Costantini ha optato per quest’ultima via. Da principio ha lasciato intendere di non essere stato adeguatamente supportato dalla sua coalizione. Successivamente ha lanciato strali contro Berlusconi accusandolo di aver fatto “concussione elettorale” in Abruzzo. Il candidato dell’IDV è consapevole che la linea “dura” di opposizione al Cavaliere, sia in parlamento che in competizione elettorale, ha generato una crescita dei consensi per il partito di Di Pietro che, in buona parte, sono stati sottratti al PD. Ma è innegabile che un simile atteggiamento comunicativo crea livore e tensione nella società politica italiana, alimentando il meccanismo perverso della delegittimazione dell’avversario che mina alla base la credibilità del sistema bipolare.
Mentre Costantini sembra scegliere di comunicare contro (contro la sua coalizione e contro Berlusconi), Chiodi percorre la via del comunicare per (per il governo e per la costruzione del futuro).
Mai Chiodi è apparso così persuasivo e convincente come all’indomani della vittoria. Paradossalmente più persuasivo di quanto non lo fosse stato nella campagna elettorale. Una volta proclamata la sua elezione a governatore, ha parlato ai giornalisti e alla sua gente con l’ormai proverbiale understatement, con decisione e lucidità programmatica, senza la iattanza facile del vincitore, con pragmatismo, con la spontaneità di un uomo emozionato e affascinato, al contempo, dalla sfida, con l’umiltà costruttiva di chi chiama a raccolta tutte le energie. Uno stile che, in qualche frangente, ha ricordato quello del discorso di Obama dopo la vittoria elettorale.
Chiodi dice di voler essere il “sindaco di tutti gli abruzzesi” e di preferire tale qualifica a quella troppo “istituzionale” e “pomposa” di governatore. Non è solo un fatto terminologico, perché definirsi “governatore” significa, secondo Chiodi, porre troppo distanza tra lui e i cittadini. Sicuramente una dichiarazione che si mostra coerente con la sua campagna elettorale nel segno dello slogan “Casa Abruzzo. Si governa tutti insieme”. E’ vero che, in zona cesarini, la comunicazione era diventata più energica con il nuovo spot video (“E’ il voto che vale di più”) e con gli slogan dei manifesti (“Un Abruzzo più forte”; “Un Abruzzo più fiero”), ma, di fatto, la spina dorsale dell’intera campagna era rimasta quella di una visione partecipativa e orizzontale del governo regionale.
Forse davvero Chiodi, come qualche altro analista politico ha rilevato, è più uomo di governo che sfidante elettorale, più adatto alla stagione della governance e della mediazione che non a quella della competizione pura e dura delle urne. Del resto l’immagine che passa attraverso i media è quella di un governatore (o “sindaco” della regione), amante della musica classica e delle buone letture, moderato nei toni e dotato di grande autocontrollo, che ha celebrato il suo trionfo senza trionfalismi, com’era giusto che fosse in un clima così difficile e preoccupante per l’Abruzzo. Una lezione di classe politica.
Prof. Franco Forchetti
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