sabato, 28 febbraio 2009

pescara2009

Con questo post esprimo il mio sostegno alla protesta del fondatore di Abruzzo Liberale, Alessio Di Carlo (www.abruzzoliberale.it), contro l'esclusione di Israele dai GIochi del Mediterraneo di Pescara 2009.

Se le informazioni di cui dispongo sono esatte, mi sembra di capire che anche nelle edizioni precedenti si era stabilito un ostracismo nei confronti sia degli Israeliani che dei Palestinesi per ragioni di realpolitik e per scongiurare il boicottaggio. Suppongo che esista, anzitutto, un problema di sicurezza e di antiterrorismo e che vi sia, altresì, la necessità di consentire la partecipazione di molti paesi arabi ai giochi. Anche il comitato organizzatore dell’edizione precedente dei giochi di Pescara 2009 si pose il problema di una riammissione di Israeliani e Palestinesi ma poi non se ne fece nulla. Tutti abbiamo nella memoria i tragici eventi di Monaco 1972. Ma ciò non deve farci paura in eterno e non deve ipotecare il futuro. Si sa che lo sport dovrebbe unire e non dividere e che lo spirito dei giochi olimpici – almeno anticamente – era tale che si interrompevano anche le guerre (la cosiddetta tregua sacra). Ma senza voler coltivare la bella utopia dello sport che unisce, dovremmo usare lo sport per riaffermare alcuni principi inderogabili. Tutti debbono partecipare e non devono esserci esclusioni a priori né per ragioni di sicurezza né per scongiurare boicottaggi. Il problema della sicurezza si  affronta con le misure anti-terrorismo. Quello del boicottaggio è un rischio da correre in nisraeleome del rispetto di Israele. Non importa che i giochi vedranno pochi paesi – perché magari gli stati arabi si ammutinano per protesta contro Israele – ma conta sancire nell’evento sportivo il principio della tolleranza e della democrazia. Sono concorde con Alessio Di Carlo,  nella necessità di sollevare la questione e magari di stimolare, oltre che in alcuni esponenti del governo nazionale, anche nel Comune di Pescara una presa di posizione – simbolica e/o fattiva – volta a riaffermare la contrarietà alla decisione assunta dal Comitato Organizzatore. Cerchiamo di non seminare nei giovani – che purtroppo non sempre conoscono la storia dell’antisemitismo e dei conflitti arabo-israeliani – l’idea assurda e pericolosa che se qualcuno esclude Israele da qualcosa ciò significa che esiste una ragione “giusta” per farlo. Cerchiamo di non alimentare pregiudizi e ostracismi intellettuali nelle giovani generazioni che più si nutrono di sport. Facciamolo per Israele, facciamolo per seminare concordia e facciamolo per le future generazioni.

 

Prof. Franco Forchetti

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lunedì, 23 febbraio 2009
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sabato, 21 febbraio 2009

 

tafazziEffetto Tafazzi per il Partito Democratico. Meglio il sorriso di plastica.

 

 

Ormai il Partito Democratico è in pieno effetto Tafazzi, il personaggio di Aldo, Giovanni e Giacomo, noto per la sua capacità di autoinfliggersi colpi sulle parti intime. E i colpi potrebbero essere così forti che alle prossime elezioni potrebbe presentarsi un partito eunuco o castrato. Non è un male in sé che il Partito Democratico viva una crisi di identità e che veda al suo interno più anime confrontarsi e sfidarsi. L’omogeneità di idee, la compattezza decisionale, l’unione di intenti, il pensiero unico sono caratteristiche inquietanti dei partiti autocratici o leader-centrici. Il punto non è che un partito così complesso – che eredità le tradizioni cattolica e comunista – attraversi una fase di trasformazione e compia un rito catartico di rinnovamento. Il punto è che è cambiato l’elettore medio: non più legato alle ideologie forti, ondivago nelle scelte di voto, scarsamente fedele dal punto di vista partitico, sovente insoddisfatto e critico nei confronti della politica. Come se ciò non bastasse, molti risultati elettorali sono condizionati proprio dagli elettori indecisi (che sono ormai “legione” per dirla in termini evangelici) che assumono scelte di voto per effetto di molteplici suggestioni e motivazioni. Proprio il voto emotivo, irrazionale, quello dato più con la pancia che con il cervello, facilmente condizionabile dalla bontà comunicativa della campagna elettorale, si sta rivelando il nodo cruciale di qualsiasi tenzone politica.

 

Un tale elettore è sempre determinante nella vittoria finale e tende a premiare quelle proposte politiche omogenee e decisioniste. La progressiva estinzione di elettori medi ideologizzati fa sì che gli elettori scelgano la chiarezza, la decisione e la persuasività comunicativa dell’offerta politica. Senza voler peccare di snobismo intellettuale, il modello di elettore medio italiano appare preoccupante: siamo ormai dinanzi a un individuo che fa scelte politiche come se facesse zapping col telecomando. Ma questo è lo stato dell’arte. Non a caso le vittorie elettorali sono sempre più vittorie di marketing elettorale. La fedeltà leggera dell’elettore medio si conquista molto più con la banal-politik che con la real-politik. Presso atto della mutazione genetica dell’homo elector e del declino dell’ideologia come fattore chiave della politica, non resta che spostare il discorso sul piano comunicativo.

 

Se crisi dev’esserci, che almeno avvenga nelle segrete stanze, senza lavacri purificatori pubblici e senza cassandre che rilasciano dichiarazioni ai media a ogni piè sospinti. Il reality della crisi dovrebbe terminare o, quanto meno, avvenire nel retrobottega del partito. L’elettore medio non comprende e non gradisce assistere al travaglio di un partito: un elettore degli anni ‘70 avrebbe sofferto con pathos e partecipato alla Via Crucis del Partito Democratico, ma un elettore postmoderno legge in tale golgota solo un desolante spettacolo di debolezza e di indecisione a tutto.

Quanto fin qui detto varrà finché il Cavaliere sarà ancora in sella. Una volta scomparso Berlusconi dalla scena per motivi anagrafici, tutto potrebbe cambiare. Potrebbe iniziare il declino della concezione “leaderistica” della politica che farebbe da prologo al ritorno dei vecchi schemi politici. La rinascita di un grande centro cattolico verso il quale defluirebbero ex PDL ed ex PD; la ricostituzione di una sinistra social-riformista; la permanenza di entità politiche autonomiste (Lega, MPA e via dicendo). Ma in attesa dell’ennesima palingenesi, i leader del PD farebbero bene a flagellarsi nelle cripte del partito e a mostrare, sui media, sorrisi di plastica.

 

Prof. Franco Forchetti

 

Esperto di Comunicazione politica

 Docente di Comunicazione

contatti: forchetti@inwind.it

 

 

giovedì, 19 febbraio 2009

veltro profeziadalemaveltroni2La profezia del Veltro(ni), l’amalgama blob e la partitogonia

 

 

 

« Molti son li animali a cui s'ammoglia

e più saranno ancora, infin che'l veltro
verrà, che la farà morir con doglia.
Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapïenza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.
Di quella umile Italia fia salute
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute.
Questi la caccerà per ogne villa
fin che l'avrà rimessa ne lo 'nferno

là ove 'nvidia prima dipartilla. »

 

Inferno, I, 100-111

 

 

 

 

 

 

La profezia (mancata) del Veltro (ni) e la fine del laederismo

 

La maledizione del grande traghettatore ha colpito ancora. Era già accaduto ad Achille Occhetto, l’uomo della svolta della Bolognina, del passaggio traumatico dal PCI al PDS, delle lacrime del rito di transizione. Pur essendo stato il leader comunista più coraggioso e più lungimirante dell’ultimo ventennio, Occhetto fu presto pensionato e dimenticato. Ora la maledizione ha colpito Walter Veltroni. Colui che più di tutti aveva cullato, in tempi non sospetti, l’idea della nascita del Partito Democratico e che ne aveva, come una nutrice solerte, accompagnato i primi vagiti, ora esce di scena. Lo tsunami – non previsto dai sondaggi - è giunto dalle coste della lontana Sardinia dove Cappellacci, anch’egli scelto e benedetto da Sua Emittenza il Cavaliere, il “Chiodi sardo” come qualcuno aveva detto, distrugge i sogni di gloria peninsulare di Mr. Tiscali Soru che accarezzava il sogno di una sfida nazionale a Berlusconi. Che la fine di Veltroni e del veltronismo fosse nell’aria da diversi mesi, è noto a tutti. Cronaca di un fallimento annunciato.

renziMa, come giustamente sostiene l’enfant prodige del PD Matteo Renzi, Presidente della Provincia di Firenze e vincitore plebiscitario delle primarie per la candidatura a sindaco di Firenze, mai momento fu meno opportuno. Tanto valeva – dice Renzi – che Veltroni rimanesse a guidare il partito fino alle elezioni europee, evitando il vuoto di potere che rischia di portare o ad una reggenza provvisoria o ad una rielezione del segretario. Il Veltro(ni) che doveva scacciare la Lupa è stata invece scacciata a sua volta.

 

L’amalgama blob che inghiotte Veltroni

 

blobNon vi è dubbio che la resa di Walter sia dovuta più ai conflitti intestini del PD che alle sconfitte elettorali. La profezia dell’Amalgama (questa entità misteriosa nata per semplice addizione di ex ds ed ex margherita), pronunciata da Massimo D’Alema, si compie e non pochi temono che dall’amalgama, che ha fagocitato Veltroni come un blob, si generi una scissione che potrebbe riesumare ds e margherita. Il ritorno dei morti viventi. Una prima considerazione è che non c’è mai il giusto tributo a chi, come Veltroni e Occhetto, assume su di sé il fardello del comando e della trasformazione, impegnandosi nel doloroso rito di transizione da un’eredità politica a una nuova formazione. La nascita del partito Democratico della Sinistra, la successiva trasformazione nei DS, la fusione a freddo con la Margherita per dare vita al Partito Democratico, un sogno americano che doveva essere trapiantato in Italia e che, paradossalmente, nell’era Obama, avrebbe dovuto trovare un moltiplicatore di consensi. Un oceano separa un mondo dove il Partito Democratico scopre la nuova frontiera della politica, il new deal neo-roosveltiano di Obama, e un paese alla periferia dell’impero (Italia) dove il PD è un neonato soffocato nella culla. Ma da chi è stato soffocato il bambino democratico?

 

Effetti della fusione a freddo

 

Le fusioni a freddo fanno nascere sovente “mostri”. La svolta della Bolognina era stata una scelta dolorosa e lancinante poiché si trattava di rinnegare una parte dell’identità storica e della simbolica del PCI per dar vita ad una creatura nuova di sinistra ma postcomunista. Dopo che per decenni comunisti e democristiani si erano combattuti e sfidati, in pochi mesi e per ragioni di mera strategia elettorale, due mondi vengono rinnegati e miscelati in nome del sogno “americano” del Partito Democratico. Senza conflitti, senza dolori, senza un vero congresso che stabilisse le scelte fondamentali del nuovo partito. Nessuno ha mai chiarito come mettere d’accordo il laicismo di sinistra con il cattolicesimo militante, come conciliare le diverse istanze bioetiche, come far dialogare ancora nello stesso partito Don Camillo e Peppone. Del resto non è stato mai ben chiaro perché in Italia si sia dovuto rinunciare con troppa facilità a una tradizione liberale e socialista che pure è presente nelle altre democrazie occidentali. Siamo sicuri che sia stato salutare perdere tali eredità politiche in nome di organismi che hanno solo la finalità di funzionare come macchine per il consenso? I partiti non dovrebbero essere qualcosa di più che semplici macchine di consenso?

 

Neo- partitogonia. La fine del leaderismo e la palingenesi dei partiti

 

Interrogativi inquietanti e apparentemente oziosi vorticano nella mente. Sono più importanti gli uomini o i partiti? Contano le idee o gli uomini che le realizzano? All’Italia servono le leadership carismatiche o le classi dirigenti valide?

Avremmo dovuto già apprendere in Italia che non esistono e non servono uomini della provvidenza. Né a destra né a sinistra. Né Berlusconi né Veltroni .

 

berlusconi2Fa male chi vuole delegittimare Berlusconi come politico e statista perché negli Usa esiste una letteratura politologica a giudizio della quale il Cavaliere è indicato come colui che ha cambiato la politica italiana, dominandola a fasi alterne nell’arco di 15 anni. Il Cavaliere è riuscito a introdurre un nuovo stile di comunicazione nella politica, a ricucire lo strappo tra il paese e le istituzioni attraverso un nuovo modello di interazione con gli elettori. Ma lo attende la sfida più difficile: quella di cambiare il paese in senso liberale, di attuare le riforme e di restituire floridezza economica al sistema. Non si può dire che la congiuntura internazionale lo abbia favorito sia perché nel 2001 la caduta delle torri gemelle aprì una fase di crisi e di instabilità mondiale sia perché, in questo annus horribilis, sta per abbattersi sul paese la peggiore crisi occupazionale del cinquantennio. Dovrà governare controvento, orzando, come si dice in gergo velico. Veltroni, d’altro canto, è stato ingenuo nel non attendere fino a Primavera: centinaia di migliaia di italiani saranno senza lavoro e probabilmente scenderanno nelle piazze, le formazioni di sinistra radicale riprenderanno vigore e il PD potrebbe avere gioco facile nel cavalcare la crisi a fini elettorali. La crisi potrebbe incrinare la fiducia nel governo molto più di quanto non riescano a incrinarla Veltroni e Di Pietro.

Il leaderismo come ricerca compulsiva di un leader carismatico che dia senso alla politica è solo una reazione di fronte alla paura. Cercare il buon pastore politico evidenzia solo lo smarrimento del gregge. Non mi auguro che il PDL e il PD nascano e si rafforzino nel segno dei leader fondatori e spero che tali partiti divengano vere e proprie culture politiche che possano sopravvivere ai leader che di volta in volta le rappresenteranno. Che cosa accadrà al PDL allorché Berlusconi lascerà, per ragioni di età, la politica? Siamo sicuri che nel frattempo il PDL sia in grado di esprimere una compiuta carta dei valori, una cultura politica e una classe dirigente che sopravvivano al carisma e alla forza del Cavaliere? E lo stesso dilemma colpisce il PD. E’ vero, da un lato, che Veltroni è il leader carismatico e fondatore del PD, ma non si può nemmeno sostenere che il PD non possa fare a meno di lui, almeno nel lungo periodo. Dal punto di vista tattico, come sostiene Renzi, sarebbe stato più sensato rimanere almeno fino alle elezioni di Primavera, senza gettare il partito nel caos e offrire all’opinione pubblica l’immagine di un corpo politico in disfacimento.

Sappiamo che il leaderismo è figlio di leggi elettorali maggioritarie che hanno fatto digerire al paese che si governa meglio se c’è un leader. Sarebbe opportuno ripensare la cultura del leaderismo e reintrodurre l’idea del buon governo degli uomini illuminati. A volte per andare avanti bisogna tornare indietro.

 

 

Prof. Franco Forchetti

Esperto di comunicazione politica

venerdì, 13 febbraio 2009

media1Parafrasando John Lennon che diceva che la vita è quello che ti succede mentre fai altri progetti, possiamo dire che la politica prende strade che non immaginava di imboccare mentre faceva altri progetti. Cosa accade dunque in questo principio di 2009, in questo annus horribilis di crisi economica e di sconforto nazionale?

La risposta è semplice. Accade di tutto. E tutto accade in modo veloce pronto ad essere consumato, metabolizzato e dimenticato. E’ l’effetto frullato dei media. Chi si occupa di mezzi di comunicazione sa che esiste un fenomeno, chiamato agenda setting, secondo il quale i media stabiliscono gli argomenti e i temi di cui tutti noi dobbiamo parlare. In altri termini, i problemi posti dai media diventano i nostri problemi. E dalle stanze della tv i temi dell’agenda setting scendono nei bar e negli autogrill del paese.

E così tutti noi, alle nostre tavole o al bar, parliamo di Eluana, della vita, della morte, di Berlusconi e del Presidente della Repubblica, di decreti legge, di crisi economica, di Mentana che si dimette perché il Grande Fratello purtroppo fa più ascolti della vicenda Englaro. E tutti noi facciamo fatica a trovare il bandolo della matassa e a trovare il filo rosso di queste vicende che fanno tremar le vene e i polsi.

Il problema che mi pongo non è tanto quello di entrare nel merito di tali fatti che hanno occupato i media negli ultimi giorni, quanto quello di capire il rapporto che c’è tra il paese e i media medesimi. E’ sempre la comunicazione al centro di tutto. Anche se non ce ne accorgiamo, ma, non  a caso, i media sono anche “persuasori occulti”. Solo che non devono persuadere su alcunché di predeterminato perché i media non complottano ma frullano e miscelano.

Ma facciamo ordine negli eventi. Entriamo nel 2009 in incipiente crisi economica e con un paese alle corde. Berlusconi sa che, nonostante il governo goda del consenso dell’opinione pubblica, il vero spettro da temere è la disoccupazione dilagante che rischia di portare in piazza migliaia di persone tra primavera ed autunno. E le elezioni di Primavera si giocheranno anche su questo fronte. Ed è sensato credere che il Governo dovrà agire su più scenari se vuol mantenere autorevolezza e gradimento nel paese. Il problema è che sembrerebbe che convenga non stabilire delle priorità poiché giova al Governo non essere misurabile su una sola sfida ma su sfide multiple. In altri termini se io, governando, mi gioco tutto sulla sfida della ripresa e dell’occupazione, rischio di vincere o perdere tutto in quella sfida. Se, invece, io dico al paese che occorre combattere la crisi economica, realizzare il federalismo fiscale, proporre la riforma della giustizia, rivoluzionare la pubblica amministrazione, ventilare riforme costituzionali in senso presidenziale, aumento le probabilità che in qualche sfida esca vincitore. Credo, però, che sia una virtù di questo governo la capacità di essere riformistico e decisionista in modo multipolare, ma ciò non esclude che forse occorrerebbe una strategia riformistica meno compulsiva e più spalmata nel tempo.

Ed è in questo vortice di riforme annunciate e poste in essere che si giunge alla vicenda Englaro. Non penso che Berlusconi fosse in malafede e volesse strumentalizzare tale vicenda per scatenare, come qualcuno ha ipotizzato, un attacco al Colle, ma ritengo che il Cavaliere, come spesso gli accade nel bene e nel male, abbia agito d’istinto, in modo emotivo, come appunto un cavaliere medievale che vuol salvare una vita, quella di Eluana. E non credo che Berlusconi sia stato così machiavellico da pensare che ergendosi a paladino della vita avrebbe aumentato il suo consenso nel paese. Lo ha fatto, assecondando il suo istinto, la sua intelligenza emotiva, la sua etica ed il risultato è stato, al di là delle intenzioni, quello di diventare nell’immaginario collettivo il Presidente della Vita. Non credo nemmeno che con il suo decreto legge volesse mettere in difficoltà il Quirinale e creare un antecedente che potesse giustificare una futuribile campagna di riforma presidenziale. Ha fatto un decreto ipotizzando che il Colle lo avrebbe controfirmato. Così non è stato. E ciò ha generato il malcelato conflitto istituzionale. Ora i problemi sostanziali che tali vicende pongono sono i seguenti: un problema giuridico-istituzionale (un decreto legge può opporsi ad una sentenza della magistratura? esiste una gerarchia delle leggi?); un problema giuridico-sostanziale (il caso Englaro solleva una problematica che non può essere demandata ai giudici ma che ha bisogno di una sistemazione normativa); un problema etico (dove inizia e dove finisce la vita? Può qualcuno altro decidere per la nostra vita?); un problema medico (dove finisce la terapia e inizia l’accanimento terapeutico?); un problema socio-assistenziale (come assistere e sostenere le centinaia di famiglie che devono accudire persone che versano nelle medesime condizioni di Eluana); un problema culturale (qual è la legge migliore in uno stato laico che storicamente e culturalmente è anche culla del cattolicesimo? Come convivono laicismo e pensiero cristiano nel cittadino italiano? ).

Poche volte era accaduto che la triste vicenda di una paziente in stato vegetativo si trasformasse nel conflitto tra istituzioni, rispolverando l’antica diatriba tra morale laica e cristiana, e divenisse, addirittura, luogo di scontro tra maggioranza e opposizione in ordine alla difesa della costituzione e della democrazia.

Ma fin qui parliamo della sostanza dei problemi in gioco. Il mondo della comunicazione non è interessato al nocciolo della questione e non ha tempo a disposizione per affrontare temi così complessi. Esso fagocita, metabolizza e restituisce tutto con il suo essere onnivoro al di là del bene e del male: esso proietta nella mente e nell’immaginario del cittadino medio un caleidoscopio di fatti. Il Cavaliere che polemizza col Quirinale ergendosi a difensore di una vita, il Partito Democratico che insorge contro il Presidente del Consiglio paventando un attacco alla Costituzione, la Lega che difenda la legge delle leggi, Fini che prende le distanze da Berlusconi, un Oscar Luigi Scalfaro che si mostra preoccupato per la democrazia,  la sfida intellettuale tra i fautori della Vita e i fautori della buona morte, Mentana che si indigna perché il Grande Fratello non viene interrotto in nome dell’audience, il problema del testamento biologico. Francamente troppo per ciascuno di noi. Non abbastanza per il Media-Mondo che ci suggerisce ciò che dobbiamo pensare e ciò di cui dobbiamo parlare. Almeno per qualche giorno. Poi esso cambierà argomenti e detterà l’agenda del nostro cervello.

 

Prof. Franco Forchetti

Esperto di comunicazione politica

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categoria:dio , media, comunicazione, berlusconi, quirinale, agenda setting, eluana, englaro, forchetti