venerdì, 24 luglio 2009

berlusconi2In attesa che l'antiberlusconismo divenga disciplina olimpica nella quale possano cimentarsi veterani ex membri del PCUS, intellettuali della prima ora, intellettuali relativisti ma fondamentalisti solo nei confronti di Sua Emittenza, scapoli dalla mente eccelsa e zitelle senza buco, è fuor di dubbio che esso è assurto ormai a dignità di scienza. Giunge voce che alcuni atenei siano in procinto di inaugurare cattedre di Fenomenologia del Berlusconismo, di Letterature comparate di scritti antisilvici, di Teoria e tecniche del giornalismo antiberlusconico e di Filosofia immorale.

E' innegabile, altresì, che l'antiberlusconismo, ormai materia accademica nonché argomento da bar dello sport, abbia assunto negli anni molteplici forme: da principio l'antiberlusconismo si sostanziava nella tediosa e veneranda questione del conflitto di interessi e nella consunta argomentazione della discesa in campo come foriera di nuove ricchezze per il Cavaliere. Una volta chiaro che proprio la discesa in campo del Cavaliere fece crollare il sogno di Silvio di dedicarsi anima e corpo a fare di Mediaset un colosso mondiale della comunicazione (come invece è riuscito a Murdoch e alla sua Sky) e che quindi semmai Berlusconi ci ha rimesso nel fare politica, l'antiberlusconismo ha cavalcato allo sfinimento l'argomento delle leggi ad personam, dimenticando che la storia italiana è costellata di poteri costituiti che emanano norme consustanziali al potere e che quindi nihil sub sole novi.

La nostra democrazia è ancora troppo giovane e acerba per aspettarsi un Potere che non venga viziato dalla tentazione di normare a suo favore. Poi l'antiberlusconismo è diventato antigerontocrazia. Berlusconi non andava più bene perché, come Prodi, già vecchio ed espressione delle élites gerontocratiche. Da capo di una democrazia del denaro Berlusconi a capo di una democrazia personalistica a supremo reggente di una gerontocrazia. Ma l'antiberlusconismo, come l'araba fenice, non muore mai e trova un'ulteriore ipostasi: Berlusconi è oggi vittima dell'ennesima malcelata accusa. Quella di essere il reggente di una Pornocrazia. Il vile e squallido tentativo di deteriorarne l'immagine politica, indugiando morbosamente sui particolari della sua vita sessuale, ponendolo nella cattiva luce di un leader libertino e licenzioso.

Ma mai come ora l'antiberlusconismo ha perduto smalto e linfa: divenuto grottesco e impotente, esso deride la presunta esuberanza sessuale del Premier, dimenticando che la cultura nazionale (non quella delle élites, ma quella nazional-popolare, quella definibile, semioticamente, come cultura media) se ne infischia della vita sessuale degli uomini di potere e, ammesso che se ne interessi, è sempre pronta a premiare il più spavaldo e il più coraggioso. L'antiberlusconismo è ormai morente, destinato a diventare archeologia di se stesso, e, allorché il Cavaliere sarà lontano dalla scena politica, ci si chiede che fine faranno i suoi nemici pieni di livore che, non avendo più l'antico nemico che dava loro senso, faranno i conti con la loro essenza che non c'è.

Franco Forchetti

sabato, 21 febbraio 2009

 

tafazziEffetto Tafazzi per il Partito Democratico. Meglio il sorriso di plastica.

 

 

Ormai il Partito Democratico è in pieno effetto Tafazzi, il personaggio di Aldo, Giovanni e Giacomo, noto per la sua capacità di autoinfliggersi colpi sulle parti intime. E i colpi potrebbero essere così forti che alle prossime elezioni potrebbe presentarsi un partito eunuco o castrato. Non è un male in sé che il Partito Democratico viva una crisi di identità e che veda al suo interno più anime confrontarsi e sfidarsi. L’omogeneità di idee, la compattezza decisionale, l’unione di intenti, il pensiero unico sono caratteristiche inquietanti dei partiti autocratici o leader-centrici. Il punto non è che un partito così complesso – che eredità le tradizioni cattolica e comunista – attraversi una fase di trasformazione e compia un rito catartico di rinnovamento. Il punto è che è cambiato l’elettore medio: non più legato alle ideologie forti, ondivago nelle scelte di voto, scarsamente fedele dal punto di vista partitico, sovente insoddisfatto e critico nei confronti della politica. Come se ciò non bastasse, molti risultati elettorali sono condizionati proprio dagli elettori indecisi (che sono ormai “legione” per dirla in termini evangelici) che assumono scelte di voto per effetto di molteplici suggestioni e motivazioni. Proprio il voto emotivo, irrazionale, quello dato più con la pancia che con il cervello, facilmente condizionabile dalla bontà comunicativa della campagna elettorale, si sta rivelando il nodo cruciale di qualsiasi tenzone politica.

 

Un tale elettore è sempre determinante nella vittoria finale e tende a premiare quelle proposte politiche omogenee e decisioniste. La progressiva estinzione di elettori medi ideologizzati fa sì che gli elettori scelgano la chiarezza, la decisione e la persuasività comunicativa dell’offerta politica. Senza voler peccare di snobismo intellettuale, il modello di elettore medio italiano appare preoccupante: siamo ormai dinanzi a un individuo che fa scelte politiche come se facesse zapping col telecomando. Ma questo è lo stato dell’arte. Non a caso le vittorie elettorali sono sempre più vittorie di marketing elettorale. La fedeltà leggera dell’elettore medio si conquista molto più con la banal-politik che con la real-politik. Presso atto della mutazione genetica dell’homo elector e del declino dell’ideologia come fattore chiave della politica, non resta che spostare il discorso sul piano comunicativo.

 

Se crisi dev’esserci, che almeno avvenga nelle segrete stanze, senza lavacri purificatori pubblici e senza cassandre che rilasciano dichiarazioni ai media a ogni piè sospinti. Il reality della crisi dovrebbe terminare o, quanto meno, avvenire nel retrobottega del partito. L’elettore medio non comprende e non gradisce assistere al travaglio di un partito: un elettore degli anni ‘70 avrebbe sofferto con pathos e partecipato alla Via Crucis del Partito Democratico, ma un elettore postmoderno legge in tale golgota solo un desolante spettacolo di debolezza e di indecisione a tutto.

Quanto fin qui detto varrà finché il Cavaliere sarà ancora in sella. Una volta scomparso Berlusconi dalla scena per motivi anagrafici, tutto potrebbe cambiare. Potrebbe iniziare il declino della concezione “leaderistica” della politica che farebbe da prologo al ritorno dei vecchi schemi politici. La rinascita di un grande centro cattolico verso il quale defluirebbero ex PDL ed ex PD; la ricostituzione di una sinistra social-riformista; la permanenza di entità politiche autonomiste (Lega, MPA e via dicendo). Ma in attesa dell’ennesima palingenesi, i leader del PD farebbero bene a flagellarsi nelle cripte del partito e a mostrare, sui media, sorrisi di plastica.

 

Prof. Franco Forchetti

 

Esperto di Comunicazione politica

 Docente di Comunicazione

contatti: forchetti@inwind.it

 

 

giovedì, 19 febbraio 2009

veltro profeziadalemaveltroni2La profezia del Veltro(ni), l’amalgama blob e la partitogonia

 

 

 

« Molti son li animali a cui s'ammoglia

e più saranno ancora, infin che'l veltro
verrà, che la farà morir con doglia.
Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapïenza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.
Di quella umile Italia fia salute
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute.
Questi la caccerà per ogne villa
fin che l'avrà rimessa ne lo 'nferno

là ove 'nvidia prima dipartilla. »

 

Inferno, I, 100-111

 

 

 

 

 

 

La profezia (mancata) del Veltro (ni) e la fine del laederismo

 

La maledizione del grande traghettatore ha colpito ancora. Era già accaduto ad Achille Occhetto, l’uomo della svolta della Bolognina, del passaggio traumatico dal PCI al PDS, delle lacrime del rito di transizione. Pur essendo stato il leader comunista più coraggioso e più lungimirante dell’ultimo ventennio, Occhetto fu presto pensionato e dimenticato. Ora la maledizione ha colpito Walter Veltroni. Colui che più di tutti aveva cullato, in tempi non sospetti, l’idea della nascita del Partito Democratico e che ne aveva, come una nutrice solerte, accompagnato i primi vagiti, ora esce di scena. Lo tsunami – non previsto dai sondaggi - è giunto dalle coste della lontana Sardinia dove Cappellacci, anch’egli scelto e benedetto da Sua Emittenza il Cavaliere, il “Chiodi sardo” come qualcuno aveva detto, distrugge i sogni di gloria peninsulare di Mr. Tiscali Soru che accarezzava il sogno di una sfida nazionale a Berlusconi. Che la fine di Veltroni e del veltronismo fosse nell’aria da diversi mesi, è noto a tutti. Cronaca di un fallimento annunciato.

renziMa, come giustamente sostiene l’enfant prodige del PD Matteo Renzi, Presidente della Provincia di Firenze e vincitore plebiscitario delle primarie per la candidatura a sindaco di Firenze, mai momento fu meno opportuno. Tanto valeva – dice Renzi – che Veltroni rimanesse a guidare il partito fino alle elezioni europee, evitando il vuoto di potere che rischia di portare o ad una reggenza provvisoria o ad una rielezione del segretario. Il Veltro(ni) che doveva scacciare la Lupa è stata invece scacciata a sua volta.

 

L’amalgama blob che inghiotte Veltroni

 

blobNon vi è dubbio che la resa di Walter sia dovuta più ai conflitti intestini del PD che alle sconfitte elettorali. La profezia dell’Amalgama (questa entità misteriosa nata per semplice addizione di ex ds ed ex margherita), pronunciata da Massimo D’Alema, si compie e non pochi temono che dall’amalgama, che ha fagocitato Veltroni come un blob, si generi una scissione che potrebbe riesumare ds e margherita. Il ritorno dei morti viventi. Una prima considerazione è che non c’è mai il giusto tributo a chi, come Veltroni e Occhetto, assume su di sé il fardello del comando e della trasformazione, impegnandosi nel doloroso rito di transizione da un’eredità politica a una nuova formazione. La nascita del partito Democratico della Sinistra, la successiva trasformazione nei DS, la fusione a freddo con la Margherita per dare vita al Partito Democratico, un sogno americano che doveva essere trapiantato in Italia e che, paradossalmente, nell’era Obama, avrebbe dovuto trovare un moltiplicatore di consensi. Un oceano separa un mondo dove il Partito Democratico scopre la nuova frontiera della politica, il new deal neo-roosveltiano di Obama, e un paese alla periferia dell’impero (Italia) dove il PD è un neonato soffocato nella culla. Ma da chi è stato soffocato il bambino democratico?

 

Effetti della fusione a freddo

 

Le fusioni a freddo fanno nascere sovente “mostri”. La svolta della Bolognina era stata una scelta dolorosa e lancinante poiché si trattava di rinnegare una parte dell’identità storica e della simbolica del PCI per dar vita ad una creatura nuova di sinistra ma postcomunista. Dopo che per decenni comunisti e democristiani si erano combattuti e sfidati, in pochi mesi e per ragioni di mera strategia elettorale, due mondi vengono rinnegati e miscelati in nome del sogno “americano” del Partito Democratico. Senza conflitti, senza dolori, senza un vero congresso che stabilisse le scelte fondamentali del nuovo partito. Nessuno ha mai chiarito come mettere d’accordo il laicismo di sinistra con il cattolicesimo militante, come conciliare le diverse istanze bioetiche, come far dialogare ancora nello stesso partito Don Camillo e Peppone. Del resto non è stato mai ben chiaro perché in Italia si sia dovuto rinunciare con troppa facilità a una tradizione liberale e socialista che pure è presente nelle altre democrazie occidentali. Siamo sicuri che sia stato salutare perdere tali eredità politiche in nome di organismi che hanno solo la finalità di funzionare come macchine per il consenso? I partiti non dovrebbero essere qualcosa di più che semplici macchine di consenso?

 

Neo- partitogonia. La fine del leaderismo e la palingenesi dei partiti

 

Interrogativi inquietanti e apparentemente oziosi vorticano nella mente. Sono più importanti gli uomini o i partiti? Contano le idee o gli uomini che le realizzano? All’Italia servono le leadership carismatiche o le classi dirigenti valide?

Avremmo dovuto già apprendere in Italia che non esistono e non servono uomini della provvidenza. Né a destra né a sinistra. Né Berlusconi né Veltroni .

 

berlusconi2Fa male chi vuole delegittimare Berlusconi come politico e statista perché negli Usa esiste una letteratura politologica a giudizio della quale il Cavaliere è indicato come colui che ha cambiato la politica italiana, dominandola a fasi alterne nell’arco di 15 anni. Il Cavaliere è riuscito a introdurre un nuovo stile di comunicazione nella politica, a ricucire lo strappo tra il paese e le istituzioni attraverso un nuovo modello di interazione con gli elettori. Ma lo attende la sfida più difficile: quella di cambiare il paese in senso liberale, di attuare le riforme e di restituire floridezza economica al sistema. Non si può dire che la congiuntura internazionale lo abbia favorito sia perché nel 2001 la caduta delle torri gemelle aprì una fase di crisi e di instabilità mondiale sia perché, in questo annus horribilis, sta per abbattersi sul paese la peggiore crisi occupazionale del cinquantennio. Dovrà governare controvento, orzando, come si dice in gergo velico. Veltroni, d’altro canto, è stato ingenuo nel non attendere fino a Primavera: centinaia di migliaia di italiani saranno senza lavoro e probabilmente scenderanno nelle piazze, le formazioni di sinistra radicale riprenderanno vigore e il PD potrebbe avere gioco facile nel cavalcare la crisi a fini elettorali. La crisi potrebbe incrinare la fiducia nel governo molto più di quanto non riescano a incrinarla Veltroni e Di Pietro.

Il leaderismo come ricerca compulsiva di un leader carismatico che dia senso alla politica è solo una reazione di fronte alla paura. Cercare il buon pastore politico evidenzia solo lo smarrimento del gregge. Non mi auguro che il PDL e il PD nascano e si rafforzino nel segno dei leader fondatori e spero che tali partiti divengano vere e proprie culture politiche che possano sopravvivere ai leader che di volta in volta le rappresenteranno. Che cosa accadrà al PDL allorché Berlusconi lascerà, per ragioni di età, la politica? Siamo sicuri che nel frattempo il PDL sia in grado di esprimere una compiuta carta dei valori, una cultura politica e una classe dirigente che sopravvivano al carisma e alla forza del Cavaliere? E lo stesso dilemma colpisce il PD. E’ vero, da un lato, che Veltroni è il leader carismatico e fondatore del PD, ma non si può nemmeno sostenere che il PD non possa fare a meno di lui, almeno nel lungo periodo. Dal punto di vista tattico, come sostiene Renzi, sarebbe stato più sensato rimanere almeno fino alle elezioni di Primavera, senza gettare il partito nel caos e offrire all’opinione pubblica l’immagine di un corpo politico in disfacimento.

Sappiamo che il leaderismo è figlio di leggi elettorali maggioritarie che hanno fatto digerire al paese che si governa meglio se c’è un leader. Sarebbe opportuno ripensare la cultura del leaderismo e reintrodurre l’idea del buon governo degli uomini illuminati. A volte per andare avanti bisogna tornare indietro.

 

 

Prof. Franco Forchetti

Esperto di comunicazione politica

venerdì, 13 febbraio 2009

media1Parafrasando John Lennon che diceva che la vita è quello che ti succede mentre fai altri progetti, possiamo dire che la politica prende strade che non immaginava di imboccare mentre faceva altri progetti. Cosa accade dunque in questo principio di 2009, in questo annus horribilis di crisi economica e di sconforto nazionale?

La risposta è semplice. Accade di tutto. E tutto accade in modo veloce pronto ad essere consumato, metabolizzato e dimenticato. E’ l’effetto frullato dei media. Chi si occupa di mezzi di comunicazione sa che esiste un fenomeno, chiamato agenda setting, secondo il quale i media stabiliscono gli argomenti e i temi di cui tutti noi dobbiamo parlare. In altri termini, i problemi posti dai media diventano i nostri problemi. E dalle stanze della tv i temi dell’agenda setting scendono nei bar e negli autogrill del paese.

E così tutti noi, alle nostre tavole o al bar, parliamo di Eluana, della vita, della morte, di Berlusconi e del Presidente della Repubblica, di decreti legge, di crisi economica, di Mentana che si dimette perché il Grande Fratello purtroppo fa più ascolti della vicenda Englaro. E tutti noi facciamo fatica a trovare il bandolo della matassa e a trovare il filo rosso di queste vicende che fanno tremar le vene e i polsi.

Il problema che mi pongo non è tanto quello di entrare nel merito di tali fatti che hanno occupato i media negli ultimi giorni, quanto quello di capire il rapporto che c’è tra il paese e i media medesimi. E’ sempre la comunicazione al centro di tutto. Anche se non ce ne accorgiamo, ma, non  a caso, i media sono anche “persuasori occulti”. Solo che non devono persuadere su alcunché di predeterminato perché i media non complottano ma frullano e miscelano.

Ma facciamo ordine negli eventi. Entriamo nel 2009 in incipiente crisi economica e con un paese alle corde. Berlusconi sa che, nonostante il governo goda del consenso dell’opinione pubblica, il vero spettro da temere è la disoccupazione dilagante che rischia di portare in piazza migliaia di persone tra primavera ed autunno. E le elezioni di Primavera si giocheranno anche su questo fronte. Ed è sensato credere che il Governo dovrà agire su più scenari se vuol mantenere autorevolezza e gradimento nel paese. Il problema è che sembrerebbe che convenga non stabilire delle priorità poiché giova al Governo non essere misurabile su una sola sfida ma su sfide multiple. In altri termini se io, governando, mi gioco tutto sulla sfida della ripresa e dell’occupazione, rischio di vincere o perdere tutto in quella sfida. Se, invece, io dico al paese che occorre combattere la crisi economica, realizzare il federalismo fiscale, proporre la riforma della giustizia, rivoluzionare la pubblica amministrazione, ventilare riforme costituzionali in senso presidenziale, aumento le probabilità che in qualche sfida esca vincitore. Credo, però, che sia una virtù di questo governo la capacità di essere riformistico e decisionista in modo multipolare, ma ciò non esclude che forse occorrerebbe una strategia riformistica meno compulsiva e più spalmata nel tempo.

Ed è in questo vortice di riforme annunciate e poste in essere che si giunge alla vicenda Englaro. Non penso che Berlusconi fosse in malafede e volesse strumentalizzare tale vicenda per scatenare, come qualcuno ha ipotizzato, un attacco al Colle, ma ritengo che il Cavaliere, come spesso gli accade nel bene e nel male, abbia agito d’istinto, in modo emotivo, come appunto un cavaliere medievale che vuol salvare una vita, quella di Eluana. E non credo che Berlusconi sia stato così machiavellico da pensare che ergendosi a paladino della vita avrebbe aumentato il suo consenso nel paese. Lo ha fatto, assecondando il suo istinto, la sua intelligenza emotiva, la sua etica ed il risultato è stato, al di là delle intenzioni, quello di diventare nell’immaginario collettivo il Presidente della Vita. Non credo nemmeno che con il suo decreto legge volesse mettere in difficoltà il Quirinale e creare un antecedente che potesse giustificare una futuribile campagna di riforma presidenziale. Ha fatto un decreto ipotizzando che il Colle lo avrebbe controfirmato. Così non è stato. E ciò ha generato il malcelato conflitto istituzionale. Ora i problemi sostanziali che tali vicende pongono sono i seguenti: un problema giuridico-istituzionale (un decreto legge può opporsi ad una sentenza della magistratura? esiste una gerarchia delle leggi?); un problema giuridico-sostanziale (il caso Englaro solleva una problematica che non può essere demandata ai giudici ma che ha bisogno di una sistemazione normativa); un problema etico (dove inizia e dove finisce la vita? Può qualcuno altro decidere per la nostra vita?); un problema medico (dove finisce la terapia e inizia l’accanimento terapeutico?); un problema socio-assistenziale (come assistere e sostenere le centinaia di famiglie che devono accudire persone che versano nelle medesime condizioni di Eluana); un problema culturale (qual è la legge migliore in uno stato laico che storicamente e culturalmente è anche culla del cattolicesimo? Come convivono laicismo e pensiero cristiano nel cittadino italiano? ).

Poche volte era accaduto che la triste vicenda di una paziente in stato vegetativo si trasformasse nel conflitto tra istituzioni, rispolverando l’antica diatriba tra morale laica e cristiana, e divenisse, addirittura, luogo di scontro tra maggioranza e opposizione in ordine alla difesa della costituzione e della democrazia.

Ma fin qui parliamo della sostanza dei problemi in gioco. Il mondo della comunicazione non è interessato al nocciolo della questione e non ha tempo a disposizione per affrontare temi così complessi. Esso fagocita, metabolizza e restituisce tutto con il suo essere onnivoro al di là del bene e del male: esso proietta nella mente e nell’immaginario del cittadino medio un caleidoscopio di fatti. Il Cavaliere che polemizza col Quirinale ergendosi a difensore di una vita, il Partito Democratico che insorge contro il Presidente del Consiglio paventando un attacco alla Costituzione, la Lega che difenda la legge delle leggi, Fini che prende le distanze da Berlusconi, un Oscar Luigi Scalfaro che si mostra preoccupato per la democrazia,  la sfida intellettuale tra i fautori della Vita e i fautori della buona morte, Mentana che si indigna perché il Grande Fratello non viene interrotto in nome dell’audience, il problema del testamento biologico. Francamente troppo per ciascuno di noi. Non abbastanza per il Media-Mondo che ci suggerisce ciò che dobbiamo pensare e ciò di cui dobbiamo parlare. Almeno per qualche giorno. Poi esso cambierà argomenti e detterà l’agenda del nostro cervello.

 

Prof. Franco Forchetti

Esperto di comunicazione politica

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lunedì, 19 gennaio 2009

Franco Forchetti


La sfida dopo la sfida. Come Chiodi e Costantini hanno comunicato dopo il voto


Comunicare contro e comunicare per

Anche se le elezioni si concludono non termina la sfida della comunicazione. Perché i grandi sfidanti hanno bisogno di comunicare ai cittadini anche nella fase successiva al voto. Il vincente può scegliere di autocelebrarsi e incensarsi oppure di far vedere che non è tanto importante magnificare la propria vittoria quanto dimostrare che ci si vuol mettere subito al lavoro per il bene della comunità. Ed è quello che ha fatto saggiamente Chiodi. Chi perde, invece, può decidere di fare autocritica e analizzare lucidamente la sconfitta, mostrandosi disponibile a contribuire, anche dai banchi dell’opposizione, al governo, oppure può scegliere la strada dell’invettiva, del “j’accuse”, della lotta senza tregua. E Costantini ha optato per quest’ultima via. Da principio ha lasciato intendere di non essere stato adeguatamente supportato dalla sua coalizione. Successivamente ha lanciato strali contro Berlusconi accusandolo di aver fatto “concussione elettorale” in Abruzzo. Il candidato dell’IDV è consapevole che la linea “dura” di opposizione al Cavaliere, sia in parlamento che in competizione elettorale, ha generato una crescita dei consensi per il partito di Di Pietro che, in buona parte, sono stati sottratti al PD. Ma è innegabile che un simile atteggiamento comunicativo crea livore e tensione nella società politica italiana, alimentando il meccanismo perverso della delegittimazione dell’avversario che mina alla base la credibilità del sistema bipolare.
Mentre Costantini sembra scegliere di comunicare contro (contro la sua coalizione e contro Berlusconi), Chiodi percorre la via del comunicare per (per il governo e per la costruzione del futuro).
Mai Chiodi è apparso così persuasivo e convincente come all’indomani della vittoria. Paradossalmente più persuasivo di quanto non lo fosse stato nella campagna elettorale. Una volta proclamata la sua elezione a governatore, ha parlato ai giornalisti e alla sua gente con l’ormai proverbiale understatement, con decisione e lucidità programmatica, senza la iattanza facile del vincitore, con pragmatismo, con la spontaneità di un uomo emozionato e affascinato, al contempo, dalla sfida, con l’umiltà costruttiva di chi chiama a raccolta tutte le energie. Uno stile che, in qualche frangente, ha ricordato quello del discorso di Obama dopo la vittoria elettorale.
Chiodi dice di voler essere il “sindaco di tutti gli abruzzesi” e di preferire tale qualifica a quella troppo “istituzionale” e “pomposa” di governatore. Non è solo un fatto terminologico, perché definirsi “governatore” significa, secondo Chiodi, porre troppo distanza tra lui e i cittadini. Sicuramente una dichiarazione che si mostra coerente con la sua campagna elettorale nel segno dello slogan “Casa Abruzzo. Si governa tutti insieme”. E’ vero che, in zona cesarini, la comunicazione era diventata più energica con il nuovo spot video (“E’ il voto che vale di più”) e con gli slogan dei manifesti (“Un Abruzzo più forte”; “Un Abruzzo più fiero”), ma, di fatto, la spina dorsale dell’intera campagna era rimasta quella di una visione partecipativa e orizzontale del governo regionale.
Forse davvero Chiodi, come qualche altro analista politico ha rilevato, è più uomo di governo che sfidante elettorale, più adatto alla stagione della governance e della mediazione che non a quella della competizione pura e dura delle urne. Del resto l’immagine che passa attraverso i media è quella di un governatore (o “sindaco” della regione), amante della musica classica e delle buone letture, moderato nei toni e dotato di grande autocontrollo, che ha celebrato il suo trionfo senza trionfalismi, com’era giusto che fosse in un clima così difficile e preoccupante per l’Abruzzo. Una lezione di classe politica.

Prof. Franco Forchetti
Blog: http://ideapolitica.splinder.com

domenica, 21 dicembre 2008

 

 DALLA “COSA” DI OCCHETTO ALL’AMALGAMA MALRIUSCITO

 

bologninaUna riunione di Direzione PD che si annunciava come il luogo della notte dei lunghi coltelli, come il campo di battaglia tra forze che finalmente uscivano allo scoperto. Tanto da meritare un popolo di internauti pronti a seguire l’evento in diretta web. Se Dante raccontava nella Divina Commedia della profezia del Veltro (la riforma o il personaggio che dovevano combattere la Lupa, simbolo di molti vizi), la profezia “democratica” del Veltroni sembrava destinata al suo non-compimento e, in ragione degli ultimi eventi di corruzione che hanno coinvolto alcune giunte del PD, pareva che la Lupa (cupidigia e altri vizi), inizialmente scacciata dal Veltro nell’Inferno, fosse tornata per spingere il Veltro  medesimo verso gli inferi. Ma così non è stato. Almeno finora.

Magma sotterraneo pronto a fuoriuscire? Resa dei conti procrastinata? Tentativo di far cuocere Veltroni nel proprio brodo e speranza della morte per entropia di Walter?

Comunque sarà, sembrava che la riunione si fosse conclusa senza fuochi di artificio e senza colpo di scena finale. Mancata cronaca di un “golpe” anti-veltroniano annunciato. Ma ecco il colpo di genio. Ma ecco l’apocalypsis ovvero la “rivelazione”. Un semiologo o un critico d’arte direbbero: “Dio si rivela nel particolare” oppure, a voler essere laicisti, “la verità si manifesta in ciò che non sembra importante”. Ecco la Veritas del centrosinistra occultata in due parole pronunciate, en passant, come se nulla fosse, da D’Alema. Tutte le hanno sentite ma non le hanno davvero “ascoltate”. Nessuno ha compreso che tutta la storia del PD e tutto il suo futuro sono condensati, come nell’ aleph borgesiano che racchiude l’universo tutto, nelle due parole: “amalgama malriuscito”. Si crede che l’inconscio a volte si manifesti inavvertitamente nel conscio. L’inconscio del Partito Democratico è emerso, direbbe Freud, nella scelta delle due mirabili parole. Tutta la storia di un partito politico, del suo simbolo e della sua fusione a freddo con un’altra storia e un altro simbolo.

L’Amalgama Malriuscito è il ritorno sotto mentite spoglie della Cosa di Occhetto. Allorché il PCI si accingeva a cambiare nome e si preparava alla svolta della Bolognina, non si parlava che della “Cosa”, di quella misteriosa entità verso la quale avrebbe dovuto evolvere il PCI. E poi giunse il Partito Democratico della Sinistra, la “gioiosa macchina da guerra” sconfitta da un altra misteriosa e potente coppia di termini “Forza Italia”. E poi arrivarono i Democratici di Sinistra. E poi fu  la volta dell’Ulivo. Ed infine fu recuperato il vecchio sogno veltroniano: il partito democratico all’americana. DS e Margherita, in un processo celere e indolore, si sciolsero nel Partito Democratico. Se molti avevano pianto alla Bolognina (e si trattava solo di cambiare nome e rinnegare un certo passato), a maggior ragione avrebbero dovuto strapparsi le vesti all’idea di auto estinguersi confluendo in un “american dream” come il Partito Democratico. Invece nulla. Fusione a freddo.  “Prima uniamoci. Poi cercheremo di capire chi siamo, i nostri valori e come farli coesistere”. Anni fa sarebbe stata impresa titanica quella di immaginare una simile fusione tra un partito di tradizione comunista e un partito di ispirazione cattolica. Invece il Partito Democratico nacque senza doglia della madre e ansia del padre. Nato senza traumi e già felice, sarebbe stato destinato a “scontare la morte vivendo”. Come quei bambini che, appena nati, sembrano intelligentissimi e sanno già in quale direzione camminare, finché al compimento del primo anno cominciano a deludere tutti perché appaiono meno intelligenti e soprattutto mostrano di non sapere più dove andare. Ora, secondo Wikipedia, si definisce amalgama una lega contenente mercurio. Il termine deriva dal latino medievale amàlgama, usato in alchimia, e deformazione, per mediazione araba, del greco málagma (= impasto tenero), dal verbo greco malásso (= io rammollisco). Un impasto tenero appunto. Come se qualcuno avesse impastato il tutto senza solidificarlo, senza renderlo “duro”, senza creare una base “identitaria”, un nucleo forte di valori (raccomandabile sia per un partito che per un brand). Appunto. Un “amalgama malriuscito”. L’ erede della Cosa occhettiana o se si preferisce la sua ultima mutazione alchemica. Aspettando che gli Alchimisti del Partito Democratico ne facciano un Golem portentoso. Sempreché il Golem non si rivolti contro di loro. I teologi del medioevo parlavano di adunatio sine confusione quando dovevano spiegare come la creatura si smarrisca nella divinità: in termini grossolani possiamo tradurre con “uniamoci ma senza confonderci”. Oggi sarebbe davvero un bel consiglio per un Partito Democratico travolto dalla questione morale che ha bisogno di distinguere le anime al proprio interno e di capire qual è l’anima più nera e quale quella più candida.

amalgama

 

Prof. Franco Forchetti

Docente di Comunicazione ed esperto di Comunicazione politica

Profilo su www.digitlearning.com 

 

 

giovedì, 18 dicembre 2008

       

inquisizionePERCHE’ NON POSSIAMO NON DIRCI GARANTISTI

Contro la Santa Inquisizione del Quarto e del Quinto Potere

 

Commento al blog di Luigi Crespi (“Né unti né untori. Basta con la gogna”)

http://luigicrespi.clandestinoweb.com

 

quartopotere2Gentile Dott. Crespi, sono contento che Lei, con “razionalità viscerale”, abbia rotto il conformismo mediatico e abbia detto ciò che molti di noi pensano e che non dicono per una sorta di annichilimento del nostro io giudicante di fronte al “preconfezionato pregiudizievole” (mi perdoni l’orrenda allitterazione) che tv e stampa ci propinano. Stimolato dal suo appello a scongiurare il pericolo di una gogna senza quartiere e della fine di ogni forma di garantismo (soprattutto a livello di comunicazione), vorrei fare alcune riflessioni. La prima è una riflessione machiavellica, che ogni studioso di politica, realista e pragmatico, dovrebbe sviluppare: la corruzione è fisiologica in qualsiasi sistema politico, sociale o economico. Il problema non è tanto eliminarla del tutto (impossibile a meno che non si confidi nell’evoluzione darwiniana) quanto quella di contenerla entro limiti accettabili che non pregiudichino il funzionamento del sistema. Sgomberato il campo da volontà palingenetiche di purezza della “razza” politica, cito Marco Vitale, economista e docente della Bocconi, che, in un’intervista all’Espresso, rivela (ma non era difficile immaginarselo) che le statistiche di Transparency International collocano l’Italia in una posizione pessima nella classifica dei paesi più corrotti. Appare curioso, dice Vitale, che il germe della corruzione sembri oggi allignare più nei giovani che negli anziani. Vitale non ci spiega da dove nasca questa vocazione italiana alla corruzione, ma, volendo semplificare, si potrebbe dire che essa dipende dalla nostra breve storia democratica, dall’esistenza di culture diverse all’interno del paese, dal sopravvivere di mentalità borbonico-levantine, dall’iperfetazione dello stato-leviatano nel tessuto economico, dall’assenza di una tradizione calvinista e da tante altre ragioni.

Ma il punto fondamentale, dott. Crespi, è quello che Lei addita: non tanto il rapporto tra politica e magistratura. Si parla da secoli di equilibrio tra i poteri e di rapporti di forza storicamente determinati tra i poteri. Tanto che la storia della I repubblica ci insegna che, pur non essendo assente la corruzione (anzi), la magistratura sembrava meno in grado di mettere in difficoltà il potere politico, perché eravamo all’interno di un sistema democratico bloccato dove, anche per ragioni internazionali, non si sarebbe mai consentita una rivoluzione per via giudiziaria. Tangentopoli, come sosteneva giustamente Bossi, arriva solo dopo la crisi del sistema dei partiti non più in grado di addomesticare il potere giudiziario. Caduto il muro di Berlino e allentatosi il controllo americano sulla penisola, i partiti tradizionali (dc e psi) perdono consensi e, quindi, potere, spianando la strada alla Lega e liberando la magistratura dall’influenza condizionante del sistema partitico.

Forse l’immagine di un Domenici, sindaco di Firenze, che, benché non indagato, si incatena di fronte alla sede del Gruppo Editoriale L’Espresso, per lanciare l’allarme sul pericolo dell’informazione distorta, evoca lo spettro delle complesse relazioni tra giustizia e mondo dell’informazione. Ma Mani Pulite fu anche gogna mediatica, fu la condanna precoce e senza appello (sui media) degli indagati, molti dei quali vennero consegnati all’oblio politico. Non importa che quegli indagati non sarebbero stati mai condannati perché ormai la sentenza mediatica era stata pronunciata. Tecnicamente è il becero antigarantismo mediatico che fa i processi a mezzo stampa e tv. Continuo a pensare che i processi si debbano fare nelle aule di tribunali e che i media dovrebbero limitarsi a dare la notizia, senza imbastire la santa inquisizione dell’etere e della carta stampata. Il problema è quello del rapporto tra il potere politico, il potere giudiziario e quelli che sono conosciuti come quarto e quinto potere (stampa e tv). Ma non è solo un problema culturale, morale o politico. Perché, se in Italia continuiamo a far fuori classi politiche per effetto della santa inquisizione mediatica, rischiamo di non saper governare più il nostro sviluppo economico e sociale, consegnandoci ad un qualunquismo ipocrita e giustizialista

 

Prof. Franco Forchetti

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martedì, 16 dicembre 2008

Articolo pubblicato sul quotidiano Abruzzo Liberale (www.abruzzoliberale.it) 14 dicembre 2008

 

 

 

berlusconi2dalemaveltroni2L’Abruzzo crocevia della politica nazionale

 

 

Il d-day è arrivato. L’elezione “più lunga” consacrerà l’Abruzzo come il crocevia della politica nazionale. Alla periferia dell’impero, per usare il titolo di un libro di Umberto Eco, nella terra vergine cara a D’Annunzio, si svolge una battaglia dove sono in gioco molti destini: la verifica del consenso elettorale per il PDL, la leadership di Veltroni nel PD, la legittimazione del ruolo egemone di Di Pietro nel centrosinistra. Lo si capisce dal fatto che nei giorni passati i grandi leader nazionali – ma anche ministri, sottosegretari ed esponenti del governo ombra di Veltroni – hanno attraversato freneticamente l’Abruzzo  come se la disfida locale tra Chiodi e Costantini fosse diventato l’Armageddon della politica italiana.

Il sondaggio Digis diffuso ai primi di Novembre comunicava un vantaggio di Chiodi su Costantini di 7,5 punti. Sembrava che tutto dovesse svolgersi secondo copione (vittoria certa e poca attenzione nei palazzi romani alle vicende d’Abruzzo) se non fosse che eventi nazionali e locali si sono incrociati facendo dell’Abruzzo lo scenario di sfide ufficiali e notti dei lunghi coltelli.

 

 

I numeri che spiegano la crociata d’Abruzzo del Cavaliere

 

crociata1D’altro canto i sondaggi dell’istituto Crespi (www.crespiricerche.it) sulle intenzioni di voto nel mese di novembre a livello nazionale rivelano una flessione di 1,5 punti percentuali del PDL rispetto al mese precedente (anche se il Popolo della Libertà fa registrare comunque una crescita di consenso rispetto alle elezioni politiche), mentre sulla sponda PD lo stesso istituto segnala in novembre una ripresa lieve dei consensi (che comunque non riesce a riportare il PD ai livelli delle politiche), subito smentita da un recentissimo sondaggio dell’ISPO di Mannheimer che rivela un crollo del partito di Veltroni dal 30 al 27% con circa un milione di voti persi in due settimane a causa della questione morale. Sempre per l’ISPO il PDL rimane il primo partito al 39% mentre impressiona la crescita di Di Pietro che raggiunge quasi l’8% dei consensi. Ovviamente non vengono divulgati sondaggi ufficiali sulle elezioni abruzzesi ma voci di corridoio danno un Costantini in forte recupero sull’avversario, benché si abbia la sensazione che in Abruzzo PD e IDV facciano campagne “parallele” ma non “convergenti”: il valore aggiunto della campagna lunga di Costantini, se sommato alla crescita nazionale dell’IDV, comincia a preoccupare il PDL, perché in tal modo si vanifica il crollo di consensi per il PD. Se a ciò si aggiunge il rischio di un forte livello di astensione elettorale – che storicamente tende a penalizzare più il centrodestra che il centrosinistra – si comprende come fosse inevitabile una discesa in campo forte del Cavaliere in terra d’Abruzzo.

D’altronde Berlusconi sa che la comunicazione elettorale è determinante nella vittoria. Negli ultimi anni l’elettore medio è cambiato: ha smesso di essere “ideologizzato” e fortemente ancorato a un partito ed è divenuto un “elettore” volatile che probabilmente cambia schieramento in ogni tornata elettorale. Gli esperti parlano di “fedeltà leggera” dell’elettorato. Eccezion fatta per gli attivisti, i militanti di partito e i simpatizzanti, il resto dell’elettorato è potenzialmente ondivago, in grado di spostarsi con facilità da una polarità politica ad un’altra, senza traumi ideologici o morali; ma esso è anche quello potenzialmente più attaccabile dal virus dell’astensionismo. Ed è a questo punto che la comunicazione elettorale (in tutte le sue forme: dagli slogan agli spot ai grandi eventi) svolge il suo ruolo cruciale: quello di indurre anche l’elettore indeciso, ondivago, incerto, demotivato ad esprimere un consenso. Alcuni obietteranno che non si tratta sempre di un consenso razionale ai programmi, ma di una sorta di adesione emotiva, di pancia. Ma la comunicazione serve anche a questo: a far decidere emotivamente chi non vuol decidere razionalmente. Quindi, che piaccia o meno, i programmi da soli non bastano a vincere le elezioni. Servono immagini suggestive, slogan incisivi, spot persuasivi, eventi emotivamente coinvolgenti.

Berlusconi, che ha avuto il merito di esaltare il fattore comunicazione nella vita politica italiana, sa che la sua crociata d’Abruzzo era necessaria per ridurre il rischio dell’astensionismo e per orientare il voto degli indecisi.

Se il Cavaliere si interessa così tanto alle vicende elettorali d’Abruzzo, vuol dire che la posta in gioco è in alto: è vero, da un lato, che Costantini sembra guadagnare terreno su Chiodi e che quindi la presenza di Berlusconi è utile a rigenerare consenso, ma è innegabile che lo stesso Cavaliere vuole cavalcare la vittoria probabile di Chiodi (almeno alla luce dei sondaggi iniziali) e trasformarla in un test nazionale per il governo: occorre, in primo luogo, vendicare la sconfitta delle elezioni provinciali di Trento e, in secondo luogo, dare sia la spallata a Veltroni che contenere la probabile ascesa del suo vero avversario, cioè Antonio Di Pietro.

 

 

 

dalemaveltroni2“No, we can’t”. Il PD tra crisi di leadership e questione morale

 

 

Nella visione dell’imperatore romano Costantino, accanto alla croce, compaiono miracolosamente le parole “In hoc signo vinces”. Passando dal sacro al profano, nel sogno del candidato Costantini  pare  che non ci sia alcun emissario del Partito Democratico che lo esorti a vincere in nome del Partito Democratico stesso. Costantini, come Coppi, sembra essere un uomo solo al comando, cui è affidata la titanica sfida di battere la corazzata Chiodi-Berlusconi. Il responso delle urne non lo condannerà anche in caso di sconfitta perché è indubbio che l’Italia dei Valori conseguirà un risultato soddisfacente. Del resto nella famiglia PD alcuni malignano che, se sconfitta deve essere, meglio che sia la sconfitta di Costantini contro Berlusconi.  Ma gli elettori hanno percepito il clima da separati in casa tra PD e IDV e ciò peserà sulle scelte finali di voto. La partita elettorale in Abruzzo deciderà i destini dell’attuale classe dirigente del PD nazionale. Ma è probabile che sia già in corso una notte dai lunghi coltelli nella quale alcune fronde del PD attendono i risultati di queste elezioni per poter uscire allo scoperto: chissà se qualche esponente del PD, avverso a Veltroni, a proposito delle elezioni abruzzesi, abbia sussurrato, in perfetto stile Obama, in merito alla necessità di impegnarsi allo stremo per la rimonta: “No, we can’t”.

 

Prof. Franco Forchetti

Esperto di Comunicazione politica

Docente di Comunicazione

 

Prof. Franco Forchetti

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martedì, 16 dicembre 2008

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Forchetti Cambio di rotta e Chiodi vince la sfida della comunicazione su Abruzzo LiberaleForchetti Costantini Chiodi e De Laurentiis. La sfida della comunicazione2Forchetti La comunicazione elettorale in Abruzzo su Abruzzo24oreForchetti La sfida della comunicazione su Abruzzo24oreForchetti L'Abruzzo crocevia della politica nazionale su Abruzzo Liberale

martedì, 16 dicembre 2008

Articolo pubblicato sul quotidiano Abruzzo24ore il 14 dicembre 2008

 

Franco Forchetti

 

La sfida della comunicazione tra i candidati

 

 chiodi casa abruzzo

 

Chiodi vince la sfida degli slogan, dei manifesti e degli spot. Ma il campione della rete è Costantini

 

La campagna elettorale, a causa del continuo incalzare di scadenze elettorali ravvicinate, si è estesa nel tempo ed è divenuta “permanente”cosicché il consenso degli elettori va mantenuto piuttosto che essere conseguito ogni volta da capo. La cosiddetta “fedeltà leggera” dell’elettore può essere conservata anche grazie all’uso delle nuove tecnologie (telefonia mobile e internet) che consentono di stabilire con l’elettore stesso un flusso relazionale costante e interattivo. Anche se molti candidati – come si è visto in queste elezioni regionali – hanno creduto che fosse sufficiente mettere in rete un programma e indicare un’e-mail. Occorre invece che il sito sia concepito e strutturato da uno staff esperto e con solide conoscenze di marketing on-line e, soprattutto, che venga gestito e aggiornato in modo efficace nel corso dell’intera campagna elettorale: bisogna rispondere alle e-mail in modo rapido, aggiornare il blog, rinnovare i contenuti multimediali, cambiare grafica e contenuti laddove si percepisca un calo di visite, pubblicizzare il sito off-line.

La centralità della tv cede, quindi, il posto ai nuovi mezzi di comunicazione (internet e cellulare), i cosiddetti new media, che trascinano anche la politica nella nuova e travolgente onda dei social network (le cosiddette community come ad esempio facebook). Le strategie di comunicazione on-line sono diventare sempre più determinanti. La vittoria di Obama è stata conseguita anche grazie ad una capillare e intensa attività di cooptazione del consenso politico on-line. Messaggistica sms, forum, blog, chat interattive, multimedialità, eventi politici in diretta web: sono queste le nuove frontiere della comunicazione politica. Le cosiddette campagne elettorali postmoderne individuano, dunque, nella comunicazione on-line un fattore strategico soprattutto tenendo conto del fatto che buona parte dell’elettorato indeciso vive nella e per la rete: un elettorato volatile, proclive al tradimento, immerso nei social network  come in un liquido amniotico, attento anche alla capacità della politica di parlare in internet.

 

Ciò è accaduto anche nella sfida tra Chiodi e Costantini.  Abbiamo provato ad analizzare le strategie di comunicazione internet messe in campo dai due candidati utilizzando una serie di criteri scelti tenendo conto dei più diffusi parametri di valutazione di un sito web e  riadattati secondo quelli che dovrebbero essere i buoni principi di una comunicazione politica via internet. Una sorte di “rating” per i siti web dei due grandi sfidanti che non ha nessuna pretesa di essere una rigorosa griglia di analisi che richiederebbe ben altri strumenti e spazi che quelli di un articolo: nessuna pretesa di esaustività e soprattutto la consapevolezza che si tratta di analisi opinabili e suscettibili di essere smentite (d’altro canto un famoso filosofo, Popper, diceva appunto che le teorie sono veramente scientifiche solo se possono essere criticate o rinnegate). A maggior ragione un articolo che non ha la pretesa di essere una teoria scientifica.

 

 

Costantini meglio di Chiodi nella comunicazione on-line

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costantini depliant 

Consideriamo anzitutto l’architettura e la struttura generale del sito web.  Si valutano, in questo caso, la struttura grafica della pagina web, la formattazione (caratteri e impaginazione), l’uso dei colori, la disposizione del testo in rapporto alle immagini. Ma tale tipo di giudizio non può prescindere da una valutazione contestuale: forme e strutture dei siti web sono cambiate nel tempo in relazione alle diverse tendenze del web. Perciò una struttura non è migliore o peggiore in senso assoluto, ma solo in relazione al contesto, agli utenti che deve raggiungere, agli obiettivi che si propone e alle mode che imperano sulla rete.

L’architettura del sito di Chiodi è molto geometrica e razionale: un sito dalla struttura classica. Mentre il sito di Costantini è concepito secondo il modello del blog anche se non si tratta di un blog vero e proprio: una struttura più moderna e più sintonica con quegli elettori che sono anche i più assidui fruitori della rete.

Nel banner superiore del sito di Chiodi si vedono la fotografia di questi, lo slogan (“il presidente”) e il simbolo del Popolo della Libertà. E’ strano che non via sia nessun richiamo all’Abruzzo: un banner non calibrato sulla territorialità. Mentre il banner superiore del sito di Costantini è dinamico dal punto di vista visivo: accanto al volto di Costantini e al simbolo del suo partito, appare, da principio, l’immagine di una spiaggia con ombrelloni con lo slogan “per lo sviluppo del turismo”; la foto di un orso con lo slogan “per il valore dell’ambiente”; l’immagine della catena montuosa detta della “della bella addormentata” con lo slogan “per il rilancio del territorio”;  e infine l’immagine di un aquilone con lo slogan “per l’innovazione e lo sviluppo”. Il banner è suggestivo e utilizza immagini molto care agli abruzzesi – tanto da essere divenuti veri e propri simboli - associandole a progetti di rilancio.

Per quanto riguarda la navigabilità e l’usabilità (ovvero la facilità del visitatore di esplorare il sito e di rintracciare facilmente le pagine che lo interessano), non vi sono differenze sostanziali e la partita finisce in pareggio. Sul versante dell’organizzazione dei contenuti e delle informazioni, si nota come i contenuti del programma di Chiodi, seppure più cospicui di quelli di Costantini, non si avvalgono di immagini o di fotografie che diano più appeal alla pagina web, né sembrano disposti graficamente in modo incisivo. Costantini invece li condensa in poche righe per ogni area tematica lasciando spazio ai commenti e alle proposte dei visitatori. La contrapposizione è quindi tra un programma “dato” e un programma “condensato” e “partecipato”. Chiodi vince nella completezza delle informazioni sul programma mentre Costantini prevale nella capacità di semplificarlo rendendolo più “digeribile” da un elettorato tendenzialmente poco incline a leggere programmi lunghi e prolissi. Dal punto di vista del livello di interattività del sito, vince quello di Costantini che sceglie un modello di sito “partecipato” dove ciascuno può lasciare i suoi messaggi e dove si invita il visitatore a usare e inoltrare il materiale elettorale. Mi sembra che nessuno dei due abbia avuto l’idea di creare una chat e magari di stabilire un orario nel quale il candidato si rendesse disponibile ad una conversazione on-line. Nell’ottica della multimedialità (ovvero della presenza di file audio e video) entrambi i siti propongono molti video anche se Costantini sembra sfruttare meglio tale opportunità elaborando un video per ogni area del programma.

Sul versante, invece, dell’efficacia comunicativa complessiva del sito, dell’ organizzazione strategica del messaggio e  della capacità di persuasione semantico-politica in relazione ai target individuati, appare chiaro che l’intento di Costantini è quello di sedurre, attraverso il sito, un elettorato giovane, dinamico, tendenzialmente non ideologizzato, che mira a votare l’uomo piuttosto che il politico: in questo caso la sua comunicazione on-line potrebbe fare centro. Ma per saperlo, con dati alla mano, si dovrebbe lavorare a un sondaggio post-elettorale nel quale si cerchi di stabilire attraverso quali canali comunicativi gli elettori di Costantini sono stati maggiormente stimolati a votare il candidato in questione.

La comunicazione di Costantini è una comunicazione abruzzo-centrica, meno “partitica” di quella di Chiodi. Ma il limite è quello di essere, paradossalmente, troppo focalizzata su Costantini nel senso che non appare nessun richiamo al Partito Democratico. La sensazione è quella di un Costantini contro il resto del mondo. Del resto l’intera campagna elettorale si è profilata come lo scontro titanico tra Costantini e la corazzata Chiodi-Berlusconi-PDL. L’urna dirà se sarà stata una scommessa coraggiosa e vincente (per l’intera coalizione) oppure una scelta da harakiri.

Il sito di Chiodi è meno “personalistico” e autoreferenziale, presentando molti richiami al Popolo della Libertà e al suo leader Silvio Berlusconi. Nelle ultime giornate di campagna elettorale, allorché il Cavaliere ha intensificato le sue visite in Abruzzo, il sito si è arricchito delle news e dei video riguardanti Berlusconi, così da polarizzarsi politicamente sulla figura di quest’ultimo. Essendo il sito web uno strumento di comunicazione che, nell’ottica della persuasione politica, è tanto più efficace quanto più calibrato sui segmenti elettorali che fruiscono maggiormente della rete, si può ipotizzare che quello di Costantini, profilandosi come uno spazio più interattivo e partecipativo, abbia potuto esercitare un maggiore interesse presso questi segmenti, pur con i limiti sopraindicati. Costanti si afferma, quindi, come il campione della rete.

 

Chiodi vince in zona cesarini nella sfida degli slogan e degli spot

 

5x3 chiodi 2 campagna6x3-piu-fiero chiodiIn casa PDL, nel frattempo, qualcuno si è accorto che la campagna di comunicazione non sembra portare i frutti sperati e così si decide, a pochi giorni dal voto, di correggere il tiro ricalibrando il messaggio elettorale. Dalla campagna soft e di understatement della prima fase si passa ad una comunicazione più energica. Il Chiodi, “inchiodato” alla scrivania e pallida imitazione del Cavaliere, lascia il posto, nel nuovo video, a un Chiodi in movimento e a uno slogan più convincente (“E’ il voto che vale di più”). Un’immagine più dinamica, meno da incumbent e più da sfidante. Nei nuovi manifesti si scelgono gli headlinesUn Abruzzo più forte” e “Un Abruzzo più fiero”. Bisogna ridare “vento” e “forza” al candidato e la nuova campagna coglie nel segno, esaltata dall’effetto carismatico sull’elettorato indeciso che la crociata d’Abruzzo del Cavaliere ha sicuramente generato.

 

Prof. Franco Forchetti

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martedì, 16 dicembre 2008

Articolo pubblicato sul quotidiano Abruzzo Liberale (www.abruzzoliberale.it) il 12 dicembre 2008

 

 

 

Cambio di rotta e Chiodi vince la sfida della comunicazione

 

      La soft campaigning della I fase

 

chiodi casa abruzzoCambio di strategia comunicativa in corso per Chiodi. A pochi giorni dalla chiusura della campagna elettorale la soft campaigning issa lo spinnaker e prende vento.

Nella fase 1 della comunicazione il PDL sceglie il claimil presidente” che, peraltro, rappresenta un leitmotiv di diverse campagne di comunicazione regionale (simile allo slogan “Il Presidente c’è”, scelto da Enzo Ghigo, governatore uscente di Regione Piemonte, alle Regionali piemontesi del 2005, quando questi sfidò senza successo il candidato del centrosinistra Mercedes Bresso): con la differenza che, mentre Ghigo vestiva i panni dell’incumbent ovvero del presidente uscente, Chiodi non è, nei fatti, un vero e proprio incumbent, avendo alle spalle solo l’esperienza di governo del comune di Teramo. Ma lo slogan preponderante nella campagna elettorale di Chiodi è “Casa Abruzzo. Si governa tutti insieme”: concepito probabilmente con l’intento di far apparire Chiodi come una sorta di “presidente-buon padre di famiglia” che reggerà le sorti della regione chiedendo agli elettori di partecipare attivamente al governo della stessa.

Quando nella pubblicità e nella comunicazione si usa il termine “casa”, si sa che si sta sfruttando un topos della persuasione pubblicitaria: il “dove c’è Barilla, c’è casa” è assurto a vero e proprio tormentone entrato a far parte dell’immaginario collettivo e dei nostri comuni modi di dire. Ed è naturale supporre che chi ha pensato lo slogan di Chiodi abbia voluto giocare sulla capacità del termine “casa” di evocare significati ed emozioni agli elettori. Si voleva far percepire una nuova idea di regione:  non già come palazzo del Potere ma come grande casa dei cittadini. L’idea avrebbe potuto essere efficace in un contesto politico ed emotivo diverso da quello in cui versa l’Abruzzo. Il PDL avrebbe potuto sfruttare meglio il clima creato dalle vicende del 14 luglio, elaborando una comunicazione più forte e aggressiva. Invece ha scelto una linea morbida, rassicurante che, come si notava altrove, stride con l’efficace campagna “Rialzati Abruzzo”. Il pay offsi governa tutti insieme” rischia di essere percepito in modo neutro e poco emotivo. Nelle ultime settimane, accanto al claim “Casa Abruzzo”, è apparso sovente quello di “Cantiere Abruzzo”, con il risultato di contrapporre due slogan che, a livello subliminale, collidono. E’ vero che una casa nasce da un cantiere, ma un conto è dire “facciamo il cantiere Abruzzo per far rialzare la regione” e un conto è dire “governiamo tutti in casa Abruzzo”: nel primo caso ci si propone come coloro che arrivano e salvano l’Abruzzo, marcando la differenza col precedente governo; nel secondo si punta sì su una visione democratico-partecipativa della governance ma si smorza l’effetto di contrapposizione alla giunta uscente. E non dimentichiamo che il PDL è pur sempre lo sfidante, il challenger, per dirla in termini velici, che avrebbe dovuto condurre una campagna elettorale all’attacco. Più efficace è lo slogan esortativo “Stai con Gianni Chiodi” che spezza la linea soft della campagna e punta alla personalizzazione delle scontro politico.

D’altro canto non si può negare che la campagna comunicativa è coerente con il profilo di personalità politica di Gianni Chiodi: il tono “familiare”, “moderato” e “democratico-partecipativo” degli slogan è in sintonia con l’understatement del candidato. Chiodi è sicuramente percepito dall’elettorato medio come un amministratore eccellente, dai modi signorili e dallo stile moderato, che coniuga cultura economica e umanistica. Anche nei confronti televisivi Chiodi appare cortese, pacato nell’eloquio e poco proclive alla polemica feroce: un gentleman della politica che rivendica a se stesso il fatto di non parlare male degli avversari (diversamente da quanto fa Costantini che esercita sistematica la vis polemica) e di volersi occupare solo della sfida ai problemi della regione Abruzzo. Un personaggio politico oscillante tra lo stile comunicativo di basso profilo di Chiamparino (all’epoca della sua candidatura a sindaco di Torino) e il proverbiale understatement di Gianni Letta: paradossalmente lontano, quindi, dallo stile del Cavaliere. Solo negli spot video Gianni Chiodi sceglie di imitare lo stile televisivo di Berlusconi, facendosi riprendere seduto dietro una scrivania. Ma mancano sia il sorriso smagliante del Cavaliere (che, fuor di ironia, ha sempre rappresentato un elemento vincente nel suo modo di far comunicazione) sia la stanza di lavoro del medesimo. L’arredamento del set televisivo di Chiodi sembra evocare più lo studio di un libero professionista che la stanza di comando di un leader. Il tono è amichevole, quasi fraterno, corroborato dal messaggio che incita l’elettore a dare il suo contributo per la “casa Abruzzo” e dallo slogan per cui “si governa tutti insieme”.  Lo spot rischia di essere percepito come una pallida imitazione degli spot nazionali di Silvio Berlusconi. Tuttavia si può ipotizzare, senza entrare nel merito della vicenda, che il caso del video “tutti i giovani del presidente”, assurto alle cronache nazionali, abbia contribuito a rendere più mediatico il personaggio Chiodi, rendendolo più popolare e sottraendolo al limbo “buonista” determinato dai toni moderati della campagna comunicativa posta in essere: cosicché l’effetto di amplificazione mediatica ha fatto sì che “tutti i giovani del presidente” diventassero “tutti gli articoli sul presidente”. Ma, esulando da tale evento, non si può negare che la campagna di Chiodi è stata svolta nel segno dell’understatement. Un understatement forse compensato sia da una più energica strategia di canvassing del candidato sia dalle campagne, più convincenti, di alcuni esponenti di Alleanza Nazionale  (si è già parlato dell’efficace e originale campagna di Alfredo Castiglione).

 

       Il simbolo che non c’è. La campagna di Costantini

 

costantini depliantIl simbolo scelto da Costantini, invece, è una sezione di triangolo bicolore (verde e azzurro) contenuta in un cerchio e all’interno di questo due headlinesCostantini Presidente” e “Dalla parte dei cittadini”: è il richiamo al logo della regione Abruzzo. Un simbolo troppo geometrico e poco semantico (ovvero poco comunicativo dal punto di vista dei significati) che appare più adatto al branding aziendale o sportivo che alla simbologia partitica che ha bisogno, invece, di loghi più identificabili e suggestivi. Non appare alcun riferimento al Partito Democratico che pure è nella coalizione: forse perché la corsa di Costantini per la Regione è iniziata prima della celebrazione delle nozze difficili con il PD. Costantini sceglie, alla stregua di quello che fece Riccardo Illy, candidato alla Presidenza del Friuli-Venezia Giulia alle elezioni del 2003, una campagna ad “alta densità di contenuti”. Anche se spesso Costantini sembra fare “ipercomunicazione” cercando di riempire il suo spazio comunicativo con troppi contenuti, rischiando sia un effetto di overloading (sovraccarico) della memoria dell’elettore, sia un effetto di overclaiming (eccesso di promesse elettorali).

 

 

        E’ la campagna che “vale di più

 

5x3 chiodi 2 campagna6x3-piu-fiero chiodiIn casa PDL, nel frattempo, qualcuno si è accorto che la campagna di comunicazione non sembra portare i frutti sperati e così si decide, a pochi giorni dal voto, di correggere il tiro ricalibrando il messaggio elettorale. Il Chiodi, “inchiodato” alla scrivania e pallida imitazione del Cavaliere, lascia il posto, nel nuovo video, a un Chiodi in movimento e a uno slogan più convincente (“E’ il voto che vale di più”). Un’immagine più dinamica, meno da incumbent e più da sfidante. Nei nuovi manifesti si scelgono gli headlinesUn Abruzzo più forte” e “Un Abruzzo più fiero”. Bisogna ridare “vento” e “forza” al candidato e la nuova campagna coglie nel segno. Chiodi vince sul finale la battaglia degli slogan, dei video e dei manifesti.

 

 

 

Prof. Franco Forchetti

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sabato, 13 dicembre 2008

dalemaveltroni2berlusconi2I sondaggi dell’Istituto Crespi (www.crespiricerche.it) sulle intenzioni di voto nel mese di novembre a livello nazionale rivelano una flessione di 1,5 punti percentuali del PDL rispetto al mese precedente (anche se il Popolo della Libertà fa registrare comunque una crescita di consenso rispetto alle elezioni politiche), mentre sulla sponda PD lo stesso istituto segnala in Novembre una ripresa lieve dei consensi (che comunque non riesce a riportare il PD ai livelli delle politiche). Si può supporre che gli scandali recenti che hanno coinvolto giunte comunali di centrosinistra abbiano segnato un drastico calo dei consensi elettorali che si trasformerà probabilmente in un deflusso di intenzioni di voto verso un IDV che, sempre secondo Crespi, è in trend ascendente rispetto alle politiche.

Ovviamente non vengono divulgati sondaggi ufficiali sulle elezioni abruzzesi ma voci di corridoio danno un Costantini in forte recupero sull’avversario (sembra assottigliarsi il vantaggio di Chiodi di 7,5 punti percentuali comunicato nel sondaggio Digis a inizio Novembre), benché si abbia la sensazione che in Abruzzo PD e IDV facciano campagne “parallele” ma non “convergenti”: il valore aggiunto della campagna lunga di Costantini, se sommato alla crescita nazionale dell’IDV, comincia a preoccupare il Popolo della Libertà, perché in tal modo si vanifica il crollo di consensi per il PD. Se a ciò si aggiunge il rischio di un forte livello di astensione elettorale – che storicamente tende a penalizzare più il centrodestra che il centrosinistra – si comprende come fosse inevitabile una discesa in campo forte del Cavaliere in terra d’Abruzzo. Berlusconi sa che vincere in Abruzzo significa, oltre che vendicare la sconfitta delle elezioni provinciali di Trento, dare la spallata a Veltroni, già messo in discussione da fronde del Partito Democratico e indebolito dagli ultimi scandali che hanno aperto la questione morale; ma il Cavaliere prova anche ad arginare il fiume di consensi che l'IDV, dato già in crescita nazionale dai sondaggi, potrebbe raccogliere in Abruzzo. Le frequenti visite del Cavaliere in Abruzzo,  a sostegno del candidato Gianni Chiodi, negli ultimi giorni di campagna elettorale, mirano sia a fare del test elettorale abruzzese un segnale di “buona salute” del governo sia a politicizzare e “nazionalizzare” lo scontro locale allo scopo di galvanizzare i suoi elettori potenziali inducendoli a votare, così da ridurre il paventato fenomeno dell’astensionismo  (che, come si supponeva, potrebbe nuocere più al centrodestra che al centrosinistra).

 

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martedì, 09 dicembre 2008

Franco Forchetti

 

 

sfidaCOSTANTINI, CHIODI E DE LAURENTIIS. LA SFIDA DELLA COMUNICAZIONE

 

 

Nella sfida comunicativa fra i tre grandi protagonisti della campagna per le elezioni regionali abruzzesi (Costantini, Chiodi e De Laurentiis) nessuno vince. Tanto che, alla fine, in assenza di un vero valore aggiunto della comunicazione, il risultato delle urne sarà determinato da altri fattori, astensionismo compreso. Ma cerchiamo di capire perché le tre campagne di comunicazione non giocheranno un ruolo così decisivo (né ai fini della vittoria finale né allo scopo di portare i cittadini al voto) e andiamo a vedere dove si annidano errori e ingenuità comunicative. E’ noto che ci sono altri tre candidati in queste elezioni, ma la scelta è stata quella di usare il microscopio della comunicazione solo su coloro che davvero si contendono le grandi cifre del consenso elettorale. Proviamo a interpretare le strategie di persuasione messe in campo dai tre sfidanti, seppure con la premessa che, in questo articolo, prendiamo in considerazione gli slogan (tecnicamente gli headlines) e i pay-off (nel gergo pubblicitario è la frase che chiude un messaggio) dei manifesti, delle affissioni, nonché le apparizioni video e televisive dei candidati, senza valutare, almeno per ora, le altre forme di comunicazione elettorale: dal canvassing (la propaganda elettorale face-to-face del candidato) al telemarketing al mailing postale ai siti internet.

 

 

Fare “centro” con le idee ma non con gli slogan. La campagna di De Laurentiis

 

 

scansione0003L’uno contro tutti del candidato alla presidenza della Regione Abruzzo per l’UDC-UDEUR, Rodolfo De Laurentiis, svoltosi su RETE 8 nella sera di giovedì 26 novembre, ha fatto capire che De Laurentiis avrebbe potuto essere un eccellente governatore regionale, se soltanto fosse stato il candidato di un’alleanza più larga e se soltanto il destino delle elezioni regionali (ma non solo regionali) non fosse legato a logiche di scelta bipolare. De Laurentiis conosce bene i temi dello sviluppo economico e della governance territoriale e dimostra di non volere necessariamente cavalcare i tormentoni di questa campagna elettorale (che riflettono sì i problemi reali e cruciali dell’Abruzzo ma che rischiano, laddove divengano egemoni, di monopolizzare il dibattito): dalla riorganizzazione della sanità alla riduzione del deficit al riassetto amministrativo alla trasparenza del governo regionale .De Laurentiis insiste, invece, sul fatto che la vera sfida è quella di far ripartire lo sviluppo, attraendo nuove imprese, con provvedimenti di fiscalità di vantaggio per i territori dell’entroterra e mediante l’istituzione dell’Agenzia di Sviluppo Regionale: un tema poco “mediatico” in queste elezioni, che però, adombra un problema reale: quello del lavoro. Nessuno può negare che il collasso dell’occupazione in Abruzzo può essere scongiurato solo da una politica di crescita economica e sviluppo del territorio

Dal punto di vista della comunicazione televisiva dei contenuti, De Laurentiis appare poliedrico: logico e persuasivo nei ragionamenti, accalorato ed energico in molti frangenti, ironico e divertente in altri. Forse potrebbe nuocergli alla lunga l’immagine troppo istituzionale. I suoi consiglieri della comunicazione avrebbero dovuto suggerirgli non già i contenuti della campagna (che lui conosce bene e che sembrano ben focalizzati) ma le forme di una persuasione più dinamica. A cominciare dal look che appare troppo “istituzionale” e “serioso”: il suo consenso presso segmenti elettorali più giovanili e meno storicamente legati all’UDC aumenterebbe se De Laurentiis adottasse un’immagine più informale. Ma lui è in buona compagnia non essendo l’unico tra i candidati presidente a sbagliare stile e forme della comunicazione non verbale (quel fattore che due guru del management italiano, i coniugi Varvelli, indicano come “fattore vestibilità” nell’ottica del marketing di se stessi).

Così come non mi sono apparsi particolarmente originali gli slogan portanti della sua campagna: il primo (“Né destra, né sinistra, solo Abruzzo”), oltre a riproporre la strategia casiniana dello “stare al centro” e della medietà comunicativa, evoca, perfino, la terza via bossiana allorché il Senatur aveva coniato lo slogan “Né con Roma-Polo, Né con Roma-Ulivo”. Si tratta, dunque, di Déjà vu.

L’altro slogan “Niente più Scuse. Trasparenza.Meritocrazia. Efficienza” appare più critico nei confronti delle esperienze precedenti di governo regionale e cerca di intercettare e canalizzare la rabbia e il risentimento degli elettori delusi dalle vicende del 14 luglio 2008. In basso a destra compare il pay off “L’Abruzzo che vogliamo” ma, dal punto di vista visuale, non sembra egemone nel messaggio. Lo slogan appare molto distonico rispetto al primo. Se il primo richiama la nota strategia della ricerca della terza via (con il tentativo di delegittimazione della categorie semantiche della destra e della sinistra e con l’enfatizzazione sul bene comune “Abruzzo”) o, se si preferisce, la riproposizione di un terzo polo centrista (ennesima reincarnazione del tentativo di “rifondazione” democristiana) fondato sui valori della medietà e dell’equilibrio, il secondo slogan è meno politically correct. Questo si presenta, infatti, come un messaggio di rottura più vicino paradossalmente a un partito oltranzista e, gioco del destino, più contiguo, perfino, alla visione “dipietrista” della comunicazione politica. Tuttavia uno slogan così “fuori dalle righe”, oltre a essere poco nelle corde di un UDC più aduso a toni morbidi, viene quasi rinnegato dalla fotografia del candidato che appare troppo “pacifico” e sorridente: se si sceglie uno slogan di rottura o contrapposizione occorre che l’immagine del candidato sia coerente con il senso del messaggio (la cosiddetta coerenza semantica di forma e contenuto). Del resto De Laurentiis guadagna in capacità persuasiva allorché nei confronti televisivi assume toni duri e rinuncia al suo abituale stile conciliante, alternando al suo tipico understatement momenti di dialogo acceso. C’è troppa enfasi sulle tre parole che dovrebbero caratterizzare il programma UDC (“trasparenza, meritocrazia, efficienza”): sarebbe stato meglio usare brevi frasi al posto del mero elenco di parole per il semplice motivo che una frase, se ben congegnata, può diventare una sorta di “ritornello” per la memoria dell’elettore mentre un termine è destinato a essere dimenticato.  E soprattutto non c’è nessun riferimento enfatico a quello che poi avrebbe rappresentato un cavallo di battaglia del De Laurentiis televisivo: il tema dello sviluppo. Se lo staff dell’onorevole De Laurentiis avesse scientificamente progettato un profilo del candidato oscillante tra una linea di basso profilo (understatament), coerente con gli aspetti di medietà e moderazione sia del suo background che della storia del partito, e una linea di contrapposizione energica alle proposte degli altri schieramenti, è probabile che ne sarebbe originato un ibrido comunicativo capace di intercettare più cluster (segmenti) elettorali. Stare sì al “centro” ma fluttuando.

 

 

banner costantiniIl simbolo che non c’è e la campagna “iocentrica” ad alta densità di contenuti. La campagna di Costantini

 

 

Il simbolo scelto è una sezione di triangolo bicolore (verde e azzurro) contenuta in un cerchio e all’interno di questo l’headline “Costantini Presidente”: è il richiamo al logo della regione Abruzzo. Si tratta del simbolo scelto dal candidato presidente Carlo Costantini. Il simbolo è troppo geometrico e poco semantico: in altri termini comunica poco o nulla ai suoi interpreti. Esso appare più adatto al branding aziendale o sportivo che alla simbologia partitica che ha bisogno, invece, di loghi più identificabili e suggestivi. Non appare alcun riferimento al Partito Democratico che pure è nella coalizione: forse perché la corsa di Costantini per la Regione è iniziata prima della celebrazione delle nozze difficili con il PD. Il logo del partito o della coalizione deve tradurre visivamente i valori e le mission che sono alla base degli stessi e, soprattutto, deve essere immediatamente comprensibile dall’elettore. In termini aulici, il logo deve rispecchiare il logos, quello che per gli antichi greci è il discorso della ragione e per i cristiani il principio divino supremo: senza una corrispondenza biunivoca tra il simbolo grafico (logo) e il suo significato profondo non si compie il “miracolo” della comunicazione. Il simbolo della coalizione esige una semantica predefinita ossia deve essere capace di comunicare significati ben precisi: il simbolo sta al posto di quei significati e, a loro volta, quei significati devono trovare la loro quintessenza grafica nel simbolo medesimo. Potremmo dire, quasi, che l’elettore subisce la “rivelazione” del simbolo e in questo si identifica a livello subliminale. Occorre, perciò, che nel logo vi sia un’immagine che non imponga un’interpretazione difficile da parte dell’elettore.

La scelta dello slogan “Dalla parte dei cittadini” non brilla certo per originalità: l’espressione costituisce un altro déjà vu della comunicazione. Il lay out della sua campagna è in fondo dominato dal volto di Costantini, lasciando in ombra simbolo e slogan. D’altro canto la fotogenia del candidato è fuor di dubbio e sarebbe stato un errore non sfruttarla. Ma, ovviamente, non si tratta di una campagna governata dal fattore “estetico” perché Costantini sceglie, alla stregua di quello che fece Riccardo Illy, candidato alla Presidenza del Friuli-Venezia Giulia alle elezioni del 2003, una campagna ad “alta densità di contenuti”. Costantini, in occasione dei dibattiti televisivi, espone, con un eloquio efficace e un tono di voce persuasivo, i punti del suo programma, dimostrando di conoscere le tecniche della comunicazione televisiva. Anche se, sovente, commette l’errore di fare “ipercomunicazione” ovvero di voler riempire il suo spazio comunicativo con troppi contenuti, rischiando un effetto di overloading (sovraccarico) della memoria dell’elettore che rischia di non ricordare nulla di preciso proprio per aver ricevuti troppi  input. Senza ignorare che, così facendo, Costantini rischia di apparire come il candidato che promette troppo e che annuncia una palingenesi del sistema (ovvero una sua rifondazione globale): i comunicatori lo definiscono “overclaiming” e sostengono che l’eccesso di promessa può essere interpretato da un elettorato, già disincantato e demotivato, come il poco credibile annuncio mosaico della terra promessa. Né si può ignorare il fatto che nelle performance televisive Costantini utilizza spesso, all’inizio di ogni frase, il pronome “io” (“io credo”, “io penso”, “io voglio”), quasi a porre enfasi sulla forte personalizzazione della sua campagna elettorale e a sottolineare, implicitamente, la sua distanza dai partiti che lo sorreggono. Una campagna “iocentrica” che si presta a molte interpretazioni sia benigne che maligne: escamotage elettorale o sintomo di un malessere della coalizione?

 

 

La campagna soft di Chiodi e la sindrome da incumbent

 

 chiodi casa abruzzo

 

Nemmeno la comunicazione messa in campo dal candidato Gianni Chiodi appare strutturata in modo tale da poter spostare, per sua intrinseca virtù, consenso e voti. Viene scelto il claimil presidente” che, peraltro, rappresenta un leitmotiv di diverse campagne di comunicazione regionale (simile allo slogan “Il Presidente c’è”, scelto da Enzo Ghigo, governatore uscente di Regione Piemonte, alle Regionali piemontesi del 2005, quando questi sfidò senza successo il candidato del centrosinistra Mercedes Bresso): con la differenza che, mentre Ghigo vestiva i panni dell’incumbent ovvero del presidente uscente, Chiodi non è, nei fatti, un vero e proprio incumbent, avendo alle spalle solo l’esperienza di governo del comune di Teramo. Peraltro il claim appare poco incisivo dal punto di vista grafico e del carattere tipografico (lettering). Ma lo slogan preponderante nella campagna elettorale di Chiodi è “Casa Abruzzo. Si governa tutti insieme”: concepito probabilmente con l’intento di far apparire Chiodi come una sorta di “presidente-buon padre di famiglia” che reggerà le sorti della regione chiedendo agli elettori di partecipare attivamente al governo della stessa.

Quando nella pubblicità e nella comunicazione si usa il termine “casa”, si sa che si sta sfruttando un topos della persuasione pubblicitaria: il “dove c’è Barilla, c’è casa” è assurto a vero e proprio tormentone entrato a far parte dell’immaginario collettivo e dei nostri comuni modi di dire. Ed è naturale supporre che chi ha pensato lo slogan di Chiodi abbia voluto giocare sulla capacità del termine “casa” di evocare significati ed emozioni agli elettori. Si voleva far percepire una nuova idea di regione:  non già come palazzo del Potere ma come grande casa dei cittadini. L’idea avrebbe potuto essere efficace in un contesto politico ed emotivo diverso da quello in cui versa l’Abruzzo. Il PDL avrebbe potuto sfruttare meglio il clima creato dalle vicende del 14 luglio, elaborando una comunicazione più forte e aggressiva. Invece ha scelto una linea morbida, rassicurante che, come si notava altrove, stride con l’efficace campagna “Rialzati Abruzzo”. Il pay offsi governa tutti insieme” rischia di essere percepito in modo neutro e poco emotivo: sarebbe stato meglio utilizzare la formula esortativa “governiamo insieme” .

Nelle ultime settimane, accanto al claim “Casa Abruzzo”, appare sovente quello di “Cantiere Abruzzo”, con il risultato di contrapporre due slogan che, a livello subliminale, collidono. E’ vero che una casa nasce da un cantiere, ma un conto è dire “facciamo il cantiere Abruzzo per far rialzare la regione” e un conto è dire “governiamo tutti in casa Abruzzo”: nel primo caso ci si propone come coloro che arrivano e salvano l’Abruzzo, marcando la differenza col precedente governo; nel secondo si punta sì su una visione democratico-partecipativa della governance ma si smorza l’effetto di contrapposizione alla giunta uscente. E non dimentichiamo che il PDL è pur sempre lo sfidante, il challenger, per dirla in termini velici, che avrebbe dovuto condurre una campagna elettorale all’attacco. Più efficace è lo slogan esortativo “Stai con Gianni Chiodi” che spezza la linea soft della campagna e punta alla personalizzazione delle scontro politico.

D’altro canto non si può negare che la campagna comunicativa è coerente con il profilo di personalità politica di Gianni Chiodi: il tono “familiare”, “moderato” e “democratico-partecipativo” degli slogan è in sintonia con l’understatement del candidato. Chiodi è sicuramente percepito dall’elettorato medio come un eccellente amministratore, dai modi signorili e dallo stile moderato, che coniuga cultura economica e umanistica. Anche nei confronti televisivi Chiodi appare cortese, pacato nell’eloquio e poco proclive alla polemica feroce: un gentleman della politica che rivendica a se stesso il fatto di non parlare male degli avversari (diversamente da quanto fa Costantini che esercita sistematica la vis polemica) e di volersi occupare solo della sfida ai problemi della regione Abruzzo. Un personaggio politico oscillante tra lo stile comunicativo di basso profilo di Chiamparino (all’epoca della sua candidatura a sindaco di Torino), il proverbiale understatement di Gianni Letta e il modo di argomentare prodiano: paradossalmente lontano, quindi, dallo stile del Cavaliere. Solo negli spot video Gianni Chiodi sceglie di imitare lo stile televisivo di Berlusconi, facendosi riprendere seduto dietro una scrivania. Ma mancano sia il sorriso smagliante del Cavaliere (che, fuor di ironia, ha sempre rappresentato un elemento vincente nel suo modo di far comunicazione) sia la stanza di lavoro del medesimo. L’arredamento del set televisivo di Chiodi sembra evocare più lo studio di un libero professionista che la stanza di comando di un leader. Il tono è amichevole, quasi fraterno, corroborato dal messaggio che incita l’elettore a dare il suo contributo per la “casa Abruzzo” e dallo slogan per cui “si governa tutti insieme”.  Lo spot rischia di essere percepito come una pallida imitazione degli spot nazionali di Silvio Berlusconi. Sarebbe stato meglio individuare una location diversa: magari uno spazio aperto che avrebbe comunicato all’elettorato un’immagine più dinamica del candidato. Tuttavia si può ipotizzare, senza entrare nel merito della vicenda, che il caso del video “tutti i giovani del presidente”, assurto alle cronache nazionali, ha contribuito a “mediatizzare” il personaggio Chiodi, rendendolo più popolare e sottraendolo al limbo “buonista” determinato dai toni moderati della campagna comunicativa posta in essere: cosicché l’effetto di amplificazione mediatica ha fatto sì che “tutti i giovani del presidente” diventassero “tutti gli articoli sul presidente”. Ma, esulando da tale evento, non si può negare che la campagna di Chiodi è stata svolta nel segno dell’understatement. Un understatement forse compensato sia da una più energica strategia di canvassing del candidato sia dalle campagne, più convincenti, di alcuni esponenti di Alleanza Nazionale  (si è già parlato dell’efficace e originale campagna di Alfredo Castiglione) che, pur sapendo di non aver potuto rivendicare un altro candidato presidente in quota AN, avevano, comunque, accarezzato l’idea di proporre un altro nome in luogo di Chiodi. Ma si presume che il conto verrà presentato ad elezioni avvenute quando, nell’ipotesi di vittoria, ex forzisti ed ex di alleanza nazionale  si “conteranno” in termini di peso politico-elettorale.

 

 Le grandi manovre comunicative dei tre candidati presidenti continuano. Pochi giorni ci separano dal responso delle urne. Ma, come annotavo molti giorni fa nel mio blog e come saggiamente non manca di ricordare il direttore del Centro, Luigi Vicinanza, citando il politologo Paolo Segatti, uno spettro si aggira per l’Abruzzo ed è quello dell’astensionismo. Il non voto andrà ad “inquinare” simbolicamente l’esito delle urne.

Perché – ci si chiede - né da una né dall’altra ci si è preoccupati di fare anche una campagna di comunicazione sulla necessità di recarsi ai seggi e di partecipare con il proprio voto al governo regionale?

 

costantinicoppiUn uomo solo al comando

 

 

 

Nella visione dell’imperatore romano Costantino accanto alla croce compaiono miracolosamente le parole “In hoc signo vinces”. Passando dal sacro al profano, nel sogno del candidato Costantini pare  che non ci sia alcun emissario del Partito Democratico che lo esorti a vincere in nome del Partito Democratico stesso. Non è ben chiaro se la strategia della coalizione sia quella di coinvolgere, nella parte finale della campagna elettorale, i big della politica nazionale per provare a rompere il muro dell’astensionismo e a conquistare ulteriori voti per Costantini, oppure quella di non condurre un finale con i fuochi d’artificio. Costantini, come Coppi, è un uomo solo al comando, cui è affidata la titanica sfida di battere la corazzata Chiodi-Berlusconi. Ma Costantini è felice di esserlo perché sa di aver già vinto la sua battaglia: il risultato elettorale non lo condannerà anche in caso di sconfitta perché è indubbio che la sua campagna ha generato più consenso di quanto ne abbia fatto perdere.

Il problema vero è a Roma. Viene il sospetto che l’Abruzzo sia stato sacrificato agli interessi del PD nazionale. Sapendo che si trattava probabilmente di un’elezione perduta in partenza, nessun leader romano avrebbe voluto giocare fino in fondo una partita dall’esito infausto. Se Veltroni si fosse sovraesposto in queste regionali, contrapponendosi indirettamente a Berlusconi, avrebbe rischiato, in caso di sconfitta, di divenire un padre della sconfitta, con inevitabili riflessi nella lotta intestina al PD tra veltroniani e dalemiani. Né sembra che alcuni ex DS, dal canto loro, abbiano intenzione di impegnarsi in una sfida che sembra perduta: tanto più con un congresso PD alle porte dove qualcuno paventa una notte dei lunghi coltelli. Ma alcuni potrebbero obiettare che questa è mera dietrologia politica o paranoia partitica. Ma “a pensar male” ricordava Giulio Andreotti “si fa peccato ma spesso si indovina”. Dopotutto Costantini è, pur sempre ,il candidato imposto da Di Pietro alla coalizione. Se sconfitta deve essere – potrebbero pensare alcuni nel PD – che sia la sconfitta di Costantini contro Berlusconi.

 

 

 

obama veltroni“No, we can’t”. Il vento di Obama non è arrivato in Abruzzo. La partita comunicativa del PD

 

Ma, lasciando ai politologi le dietrologie politiche, poniamoci, invece, delle domande da comunicatori puri. Che cosa avrebbe potuto fare la coalizione e, specificamente, il PD, a livello comunicativo, per dare maggiore linfa vitale al marketing elettorale?

Qualcuno era solito dire che le idee sono sempre nell’aria e la bravura è nell’intercettarle. Anche in questo caso le idee c’erano ma sono rimaste sospese nell’atmosfera.

Dando per scontato che una maggiore empatia politica tra PD e IDV, in grado di scongiurare il teatrino del gioco delle parti, avrebbe generato nell’elettorato l’idea di una coalizione più affidabile e solida, non c’è dubbio che si poteva puntare sul vento “democratico” che spira dagli USA. Il fenomeno “Obama”, in grado di suscitare consensi in modo trasversale, è stato una boccata di ossigeno per il PD nazionale e avrebbe dovuto esserlo anche per il PD regionale. Come mai nessuna forma di comunicazione locale ha evocato il nome di Obama anche al fine di intercettare quei segmenti elettorali (non necessariamente riconducibili al bacino ideologico del centrosinistra), sensibili alla  novità “Obama” e che, presumibilmente, andranno a ingrossare il partito dell’astensione?

Nessun manifesto o spot del  PD (tra quelli impiegati per fini marcatamente elettorali) sfrutta l’effetto “Obama” che pure esercita un ascendente sull’immaginario collettivo. Non molte settimane fa la manifestazione di Veltroni a Roma e i cortei studenteschi di protesta contro Tremonti e Gelmini avevano rotto l’incanto della luna di miele tra Berlusconi e il paese. Dopo è arrivato lo storico successo di Obama. Mentre a Trento il centrosinistra si afferma alle elezioni provinciali. Il vento c’era ed era forte ma molti nel PD non hanno issato lo spinnaker e forse hanno sussurrato: “No, we can’t”.

 

 

 

Prof. Franco Forchetti

Docente di Comunicazione

Esperto di Comunicazione politica

blog: http://abruzzopolitica.digitlearning.com

profilo professionale su: www.digitlearning.com

cell. 3925480636

 

 

 

 

 

 

 

martedì, 09 dicembre 2008

FRANCO FORCHETTI

 

LA COMUNICAZIONE ELETTORALE IN ABRUZZO. CREATIVITA’ E IDEE NELLE CAMPAGNE DEI CANDIDATI

 

 

 

jurassic parkRitorno a Jurassic Park. Il deserto creativo

 

 

Nonostante che da molti anni nelle competizioni elettorali americane e italiane si siano affermati modelli postmoderni di campagna (basati su creatività pubblicitaria, impiego di veri consulenti di comunicazione pubblica, marketing elettorale mirato e uso sistematico dei sondaggi, comunicazione innovativa tramite e-mail, blog e sms) come quelli descritti da un’esperta di marketing politico come P. Norris, l’Abruzzo torna al medioevo della comunicazione o, se si preferisce, all’era giurassica delle campagne elettorali. Emerge una comunicazione politica livida, arcaica, scarsamente originale. Il profilo dell'elettore è mutato negli ultimi anni, divenendo poliedrico e complesso, ma in Abruzzo pochi se ne sono accorti. Le affissioni elettorali appaiono come lapidi che invitano al voto. Visi fotografati in posa “caro estinto”, talvolta più degni di apparire su una lapide che in un 6x3; volti cupi e talora inquietanti, speculari forse dei tempi bui che l’Abruzzo attraverso, in perfetto stile nightmare; slogan nati dalla fantasia di bambini non ancora alfabetizzati.

Parliamo, anzitutto, del corpo elettorale che non corrisponde, come molti penseranno, all’insieme dei cittadini aventi diritto al voto, ma al vero e proprio corpo del candidato, alla sua fisicità. La scienza della comunicazione politica ha già dimostrato che la fisicità del candidato influisce, a livello subliminale, sul processo di comunicazione /persuasione che si attua nei confronti dell’elettore. Se è vero che l’immagine dinamica di un candidato fisicamente prestante ed energico viene associata, inconsciamente, dall’elettore alla capacità del candidato medesimo di lavorare, governare e amministrare con energia e abnegazione straordinarie, qualche stratega di comunicazione locale avrebbe potuto suggerire ai candidati di non assumere posture fisse, quasi a comunicare l’idea di un corpo statico.

L’elettore tende a ricordare meglio l’immagine di un candidato che nel manifesto appaia in movimento ovvero in una postura dinamica: è bene che il candidato venga ritratto nell’atto di “far qualcosa” e occorre, altresì, che alla sua immagine si affianchi quella di un oggetto o di una “res” che funzioni da detonatore simbolico dell’immagine del candidato.

 

 

vela3“Non fermare il candidato in movimento”. La lezione di Michele Russo

 

 

 

  E’ inevitabile citare una campagna comunicativa efficace di Michele Russo che, nel 1999, curò la campagna elettorale del sindaco incumbent o uscente Carlo Pace, ideando un manifesto e uno slogan che a tutt’oggi rappresentano un modello di comunicazione politica efficace e un benchmark del settore. Nel manifesto Carlo Pace veniva fotografato al timone di una barca a vela e lo slogan era: “Non fermare la città in movimento”. Non già un Carlo Pace statico o ipnotico, ma un sindaco che timona una barca (ecco l’oggetto, familiare ed evocativo in un contesto marino come quello pescarese, capace di fungere da detonatore simbolico, associando all’immagine di Pace quella di una barca a vela, simbolo di movimento, velocità, sfida, orizzonte). E lo slogan suggerisce all’elettore che occorre dare nuova fiducia al sindaco che ha rimesso in movimento la città, non già attraverso uno scontato “scegli di chi dà movimento alla città”, bensì mediante un “divieto-consiglio”: “non fermare la città in movimento” ovvero “non opporti alla barca che va, alla Pescara che cresce”. Una grande invenzione elettorale che deve ricordarci che la comunicazione serve a costruire immagini dinamiche e fortemente simboliche che conferiscano valore aggiunto al candidato. Un modello vincente di branding elettorale che riesce oggi a catalizzare sempre più punti percentuali di consenso in un bacino elettorale reso sempre più precario e volatile dall’incremento dell’elettorato volatile, demotivato o indeciso (tanto che oggi si parla di “fedeltà leggera” dell’elettore). Se la politica non arriva nella mente del cittadino (per ragioni purtroppo connesse all’esistenza di una “cattiva politica”), allora occorre che il comunicatore sappia come arrivare nel suo inconscio, perché, a dispetto di chi crede che il voto sia sempre espressione di una scelta razionale e meditata, la psicologia del consenso politico e l’ingegneria decisionale (la scienza che ci spiega come e perché le persone prendono decisioni) ipotizzano che anche il voto nell’urna viene dato sovente in modo tutt’altro che razionale: contano i simboli, le suggestioni, le emozioni. Il voto emotivo esiste e chi non ci crede è condannato alla sconfitta.

 

 

Le nozze tra Pubblicità e Politica. Gli archetipi della comunicazione

 

 

  Chi si occupa di comunicazione politica viene spesso dal mondo pubblicitario, anche se la prima ha un suo specifico che non può essere sempre piegato al discorso della pubblicità. Ad ogni modo è innegabile che fare persuasione elettorale significa anche ricorrere a schemi pubblicitari. Floch, uno studioso che si occupa di semiotica applicata alla comunicazione del prodotto, sostiene che esistono fondamentalmente quattro modelli di pubblicità. Si può parlare, quindi, semplificando e banalizzando, inevitabilmente, un discorso assai più complesso, di pubblicità referenziale, mitica, sostanziale e obliqua. La pubblicità referenziale fa vedere il prodotto esattamente com’è, nella sua nuda realtà, senza orpelli, e ci spiega a cosa esso serve (es: “Detersivo X: toglie le macchie”). Quella mitica vuole invece costruire un’utopia, una mitologia intorno al prodotto, farne una specie di “supereroe”: in altri termini cerca di fare del prodotto un simbolo forte (lo slogan di un gestore di telefonia mobile che parli, ad esempio, di “libertà di comunicare”). La pubblicità sostanziale, diversamente da quella referenziale che mostra l’utilità del prodotto, è, invece, quella che ci fa vedere il prodotto nella sua materialità e fisicità (uno spot in cui appaia solo un pandoro nella sua morbidezza). Infine c’è quella obliqua che invece si basa sulla citazione e sull’ironia e innesca un gioco di complicità interpretativa con il consumatore (la pubblicità di una nota carta di credito in cui si diceva “…Per tutto il resto c’è ***”).

Possiamo inquadrare le campagne elettorali di alcuni candidati alle regionali abruzzesi all’interno di uno o più di questi schemi e ciò ci aiuta a capire l’interazione tra pubblicità e messaggio politico, precisando che prenderemo in considerazione solo manifesti e affissioni, senza soffermarci sulle altre modalità di comunicazione (spot video e radio, brochure , siti internet, ecc.) che richiederebbero analisi più articolate.

 

 

 

L’impegno e l’orgoglio. La campagna pragmatica di Roselli.

 

 

 

scansione0002Andiamo ad analizzare, quindi, alcune campagne di comunicazione che ci sembrano emblematiche in tal senso e che brillano nella notte della comunicazione elettorale abruzzese. Quella del candidato consigliere per il Partito Democratico, Marino Roselli, ha sapientemente sfruttato l’onda delle elezioni primarie del PD: Roselli è stato tra i primissimi a far uscire manifesti ed affissioni, ben sapendo che la campagna elettorale lunga, in anticipo sugli avversari, è premiante. Gli elettori ricordano meglio i candidati cha appaiono in largo anticipo e non hanno concorrenza comunicativa rispetto ai candidati che si dividono gli spazi comunicativi con decine di altri candidati. Il claim della campagna di affissioni (“L’Abruzzo a testa alta”), esprime la dignità dell’impegno personale che vuol essere speso per alzare la testa nonostante le ultime vicende, l’orgoglio di mettere ancora la propria esperienza al servizio della Regione. Lo slogan della cartellonistica è corroborato da un altro claim che appare nei pieghevoli e nei santini (“L’impegno di sempre per l’Abruzzo di domani”) che associa l’idea di un candidato forte della sua esperienza amministrativa e istituzionale con quella della consapevolezza della sfida per il futuro. Per quanto riguarda la scelta dei colori del materiale pubblicitario, Roselli opta per il bianco e per il celeste: forse, per mera casualità, il celeste “roselliano” è molto simile a quello usato nel simbolo del PDL (dove appunto compare la scritta “Il Popolo della Libertà). Il messaggio sembra rientrare nell’archetipo della pubblicità mitica in quanto si pone l’accento sull’orgoglio e sulla fierezza, solo in parte mitigati dall’elemento “referenziale “ dell’impegno: parafrasando il titolo di un fortunato libro della Fallaci, si potrebbe dire “L’impegno e l’orgoglio”.

 


Tra simboli e ironia. La campagna pseudo-mistica di Castiglione

 

 

 

castigione4La campagna di comunicazione più originale è sicuramente quella di Alfredo Castiglione, candidato consigliere per il PDL, che sceglie una comunicazione pseudo-mistica con evocazioni evangeliche. Nel manifesto Castiglione è in postura pseudo-papale, quasi in atto benedicente, mentre una folla enorme appare alle sue spalle. Il viso è sorridente e la citazione è naturalmente quella del Vangelo . In luogo dell'evangelico "chi mi ama mi segua" (anche se, a onore del vero storico, nel Vangelo secondo Matteo Gesù non pronuncia esattamente queste parole che sono il frutto invece di una rielaborazione successiva) Castiglione sceglie un "chi Si ama mi segua" con un gioco comunicativo poco incline al politichese  e che richiama alla mente, oltre che il testo evangelico, una nota e  controversa campagna pubblicitaria, divenuta un classico della comunicazione pubblicitaria, realizzata anni fa da Oliviero Toscani ed Emanuela Pirella per i jeans “Jesus”(dove lo slogan “chi mi ama mi segua” compariva sotto l’immagine di un fondoschiena femminile coperto dai jeans corti). Geniale, quindi, il doppio gioco di citazioni che va dal sacro al profano: non possiamo sapere se lo staff di comunicazione di Castiglione ne fosse pienamente consapevole ma è indubbio che ad un elettore smaliziato non sfugga il retroterra comunicativo del messaggio.

Peccato che nell'altra affissione il messaggio appaia un po' enfatico e "dannunziano" con l'evocazione di parole quali "esperienza", "determinazione", "audacia" e "passione". Si tratta di termini di cui si è molto abusato nelle campagne elettorali precedenti ma che oggi dicono poco o nulla all'elettore postmoderno che tende a percepirli come parole logore e inflazionate.

La campagna oscilla sapientemente tra pubblicità mitica (l’autocelebrazione, ancorché ironica, del candidato), pubblicità obliqua (citazione del Vangelo e richiamo della nota campagna dei jeans) e pubblicità referenziale (l’uso di termini come “esperienza” e “determinazione”).

 

Del resto Castiglione non è l’unico a incorrere nella ridondanza terminologica perché anche il candidato consigliere per il PD, Guerino Prosperi, dopo aver scelto come slogan il super inflazionato e dannunziano “forte e gentile”, si descrive nel manifesto utilizzando ben cinque parole: “onesto”, “concreto”, “pragmatico”, “sensibile”, “coerente”. Francamente troppi per poter essere rievocati dalla memoria a lungo termine dell’elettore.

 

 

Il volto del candidato. La campagna decisionista di Paolini



scansione0001Fa molto bene, invece, Enrico Paolini, candidato consigliere per il PD, a sceglierne solo due: “deciso” e “capace”. Il claim è “l’onestà premia”. C’è una coerenza tra la comunicazione elettorale di Paolini e il suo modus operandi che potrebbe giocare un ruolo di moltiplicatore del consenso elettorale. Il ruolo di Presidente vicario della Giunta Regionale è stato svolto e interpretato da Paolini, dal 14 luglio ad oggi, in modo volitivo e deciso malgrado il clima fosse difficile: la scelta di rivendicare con determinazione, all’interno della campagna elettorale, i risultati conseguiti per l’Abruzzo in questi mesi di “vicariato” rappresenta, oltreché, naturalmente, un elemento di coerenza etico-individuale, un modello di comunicazione che, in uno scenario dominato da parole logore e slogan improbabili, potrebbe essere recepito positivamente dall’elettorato desideroso di una comunicazione volitiva e poco incline all’utopia. Siamo di fronte, in questo caso, ad una pubblicità politica di tipo essenzialmente referenziale (si pone l’accento sul saper fare e sul decisionismo del personaggio Paolini), anche se la scelta di utilizzare una fotografia a tutto campo dove Paolini appare in modo informale (camicia bianca e senza cravatta) con uno sguardo sereno ma determinato suggerisce un’interpretazione del messaggio anche in chiave “sostanziale”: viene fuori, visivamente parlando, la presenza fisica di Paolini, il suo “corpo” e il suo “viso” di candidato. Eccellente la scelta del color rosso per lo slogan “l’onestà premia” e per il cognome del candidato che, oltre ad evocare la radice politica di Paolini, dà al manifesto maggiore icasticità.

 

Il volo e la speranza. La campagna ottimistica di Pagano


pagano 6x3Analizziamo il manifesto del candidato consigliere per il PDL Nazario Pagano. Sullo sfondo si vedono il mare e i gabbiani che planano sulle onde. Accanto al volto sorridente del candidato campeggia lo slogan “Torniamo a volare” scritto in caratteri arancioni. Grafica e colori sono il frutto di una scelta felice. Il celeste del cielo, che copre sullo sfondo la parte superiore dell’immagine, che pian piano tramuta nel bianco sottostante, svolge un effetto “relax” sullo spettatore (corroborato dal colore arancione del claim che, notoriamente, evoca stati d’animo rilassati) che si combina con un effetto “sognante”. C’è, dal punto di visto semiotico, il topic (o tema) del volo, rappresentato linguisticamente dallo slogan (e naturalmente dal simbolo di coalizione) e visivamente dai gabbiani. “Atmosfera libera e rilassante”, “libertà di volare”, “libertà di sognare”: ecco lo spettro semantico della campagna di Pagano ovvero l’insieme dei significati e dei concetti portanti della sua campagna. Il candidato appare sorridente e volitivo: ottima la scelta di non fargli indossare la giacca. Perché un candidato in camicia bianca e cravatta appare molto più informale e meno “politico” di un candidato in giacca: lo stile è decisamente americano. Tuttavia a noi sembra che la scelta dello slogan non abbia tenuto conto della temperie abruzzese (disoccupazione dilagante, sfiducia nelle istituzioni e deficit sanitario, perdita di competitività in una regione) e abbia giocato troppo al rilancio. Si sarebbe potuto puntare su uno slogan meno marcatamente ottimistico come ad esempio “Libertà e sviluppo per l’Abruzzo” che si sarebbero sintonizzati comunque con il visual della campagna. Del resto la campagna regionale del PDL è partita con i manifesti che esponevano il claim “Rialzati, Abruzzo”, ricalcato sul fortunato slogan nazionale “Rialzati, Italia”: l’idea di riproporre in chiave locale tali slogan è stata eccellente e si confaceva al clima elettorale abruzzese. E naturalmente tra “rialzarsi” e “volare” intercorre una bella differenza: esiste, dunque, una discrasia comunicativa tra la campagna regionale del PDL e quella dell’aspirante consigliere Pagano.  Ma crediamo di intuire che la scelta comunicazionale di Pagano, eccellente su versante del lay out, sia stata costruita sulla falsariga di molte campagne nazionali di comunicazione di Berlusconi fondate sull’elaborazione di messaggi altamente motivazionali e su strategie di generazione mediatica dell’ottimismo. Staremo a vedere se la scommessa di Pagano di puntare sull’ottimismo, assimilando la lezione di Berlusconi, sarà premiante in questa sfida elettorale nella quale la grande sfida, a livello comunicativo, sarà tra messaggi pragmatici e messaggi utopico-motivazionali.

E bisogna dire anche, in conclusione, che uno dei problemi principali della comunicazione elettorale – e questo naturalmente vale per tutti – è quello di una cabina di regia che scongiuri il pericolo che la comunicazione dei vari consiglieri sia dissonante con quella del partito di riferimento con il rischio di un’offerta comunicativa frammentata e talora contraddittoria. Ma si sospetta che ovunque il caos regni sovrano dal momento che, spesso, partiti nazionali, segreterie locali e singoli candidati si avvalgono di strutture di comunicazione e di consulenti diversi, anche nel contesto dello stesso appuntamento elettorale. La comunicazione del caos e nel caos.

 

                                                                                                 Prof. Franco Forchetti

 

Docente di Comunicazione

Esperto di Comunicazione politica

sito web: www.digitlearning.com

 

 

 

martedì, 09 dicembre 2008

Franco Forchetti

 

terzo uomodalemaveltroni2RITRATTO DI FAMIGLIA PD. DALLO PSICODRAMMA ALLA CATARSI ALLA SFIDA. LEZIONI DI COMUNICAZIONE DELLA CRISI

 

Nel film "Il terzo uomo" lo sciagurato personaggio interpretato da Orson Welles, il cinico avventuriero Harry Lime, pronunciava a un certo punto queste parole: "In Italia, sotto i Borgia, ci furono guerra, terrore, omicidi, carneficine, ma vennero fuori Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento; in Svizzera non ci fu che amore fraterno, ma in cinquecento anni che ne e' venuto fuori? L' orologio a cucu' ".

Paradossalmente anni di pace e di armonia nel Partito Democratico abruzzese non avrebbero prodotto ciò che invece è scaturito dalle vicende del 14 luglio allorché parte della giunta Del Turco è finita sotto inchiesta. Qualcuno gridò al principio della fine ma, a tutt’oggi, non pochi pensano che quello sia stato l’inizio traumatico e drammatico di un nuovo corso: una catarsi politica dalla quale esce un Partito Democratico con più ferite ma con maggiori certezze. L’atto di autocognizione del dolore, per dirla in termini psicoanalitici, è stato vissuto e poi sublimato nell’incontro tenutosi al Cinema Massimo di Pescara  giovedì 20 novembre 2008. Avrebbe dovuto trattarsi della consacrazione di Costantini nella casa del Partito Democratico e nella sua investitura a leader della coalizione da parte del gruppo dirigente del PD, alla presenza del Ministro dello Sviluppo Economico del Governo ombra di Veltroni, Matteo Colaninno. Ma la sorte ha voluto, complici i temi affrontati e l’assenza di Costantini, che l’adunanza fosse l’atto finale dello psicodramma del PD: una sorta di seduta di coscienza collettiva dove molti hanno parlato più con la pancia che con la testa. Doveva essere la pista di decollo per Costantini ed è stato, invece, un salutare viaggio à rebours) nella crisi e nella rinascita di un partito che sa di avere un dna di classe dirigente e che ha dinanzi la sua sfida elettorale più difficile. Nulla sarà più come prima. Lo si è detto per l’11 settembre in America. Lo si potrebbe dire per la storia del Partito Democratico abruzzese. Dal 14 luglio 2008 in poi è mutato le scenario: nelle stanze romane del Partito Democratico sanno che la scelta di Del Turco come governatore fu una decisione sbagliata che non teneva conto degli uomini e delle energie che il Partito Democratico abruzzese aveva già in seno e che “panchinare” D’Alfonso, in occasione di quelle elezioni, fu decisione funesta, tanto più alla luce degli avvenimenti posteriori. All’ intervento del Consigliere Comunale Fusilli, che ricorda come la riforma del titolo V della Costituzione, dando ampio potere alle regioni, responsabilizzi maggiormente le future classi dirigenti chiamate a confrontarsi in uno scenario globale, segue quello di Graziano Di Costanzo, direttore della CNA Abruzzo, che traccia, con numeri e dati alla mano, un quadro preoccupante e apocalittico della crisi industriale abruzzese che si sta tramutando in un crollo dell’occupazione. Molto interessante la sua critica al modo di fare campagna elettorale: troppi slogan e troppe promesse vaghe. Di Costanzo coglie un nodo fondamentale della comunicazione politica: quello della necessità che le campagne di comunicazione elettorali in questa travagliata stagione abruzzese siano improntate a un sano realismo e ad un pragmatismo credibile, indicando progetti da realizzare e modalità.

 

IL RITORNO DELLE CONVERGENZE PARALLELE. LA STRATEGIA COMUNICATIVA DEL CENTRO SINISTRA

 

Da uomo politico di lungo corso e da amministratore d’esperienza, Pino De Dominicis, Presidente della Provincia di Pescara, sa che per vincere una competizione elettorale occorre comunicare all’elettorato messaggi omogenei e presentarsi al voto con una coalizione compatta. Uniti e all’unisono si vince: è una lezione vecchia quanto il mondo ma sempre valida. Dal mio punto di vista De Dominicis lascia trapelare una preoccupazione che serpeggia nella coalizione: quella di non essere abbastanza coalizione. Talora si ha la sensazione che ciascuno degli alleati di centrosinistra faccia campagna elettorale a parte e che si viaggi su rette parallele. Il problema è complesso, anche dal punto di vista della comunicazione politica in senso stretto. Un Costantini percepito in modo autonomo rispetto al PD potrebbe catalizzare un voto indipendente che voglia premiare Costantini medesimo e non già il Partito Democratico: e questo sarebbe l’effetto virtuoso di una campagna elettorale a doppio binario. Il contraccolpo potrebbe, di converso, prodursi laddove il PDL apparisse come uno schieramento granitico e tetragono mentre il centrosinistra venisse percepito come un mosaico, un coacervo di forze non del tutto coese. La difficoltà tattica si pone solo perché purtroppo le vicende del 14 luglio hanno determinato un clima non favorevole al PD che, proprio in forza di questo, ha dovuto digerire e metabolizzare, obtorto collo, la candidatura Costantini. Salvo poi impegnarsi in un’operazione di riconsacrazione di Costantini medesimo. Ritorna sulla scena un vecchio adagio della politica: convergenti ma paralleli.

 

dimatteoLA RABBIA E L’ORGOGLIO. DI MATTEO REVENGE

 

E finalmente si è consumato uno dei momenti più attesi dalla platea: il primo discorso ufficiale del grande escluso, Donato Di Matteo, che, dopo non aver fatto mistero in queste settimane della profonda delusione scaturita dal veto “costantiniano”, si è profuso in un discorso a tutto campo che sapeva di orgoglio ferito, rivincita, voglia di tornare in campo e, soprattutto, di malcelato desiderio di fare l’assessore ombra in un futuribile governo Costantini. Anche Di Matteo si scaglia contro la sloganistica della facile comunicazione elettorale e auspica programmi concreti. Successivamente si scalda sul tema a lui più caro: la sanità. Indica, a quel punto, quelle che saranno le sue battaglie sia in caso di vittoria elettorale del PD che di sconfitta:  riorganizzazione del sistema sanitario, difesa dell’ospedale di Pescara dall’ipotesi di un vassallaggio nei confronti di quello di Chieti, riforma della trasportistica e potenziamento dei collegamenti infrastrutturali. Il consenso quasi plebiscitario che giunge dalla platea lascia intendere che Di Matteo giocherà un ruolo determinate sia in caso di vittoria di Costantini (agendo da propulsore occulto di idee e progetti) sia in caso di sconfitta (in questa ipotesi la resa dei conti nel PD sarà inevitabile e lui, forte del consenso delle primarie, potrebbe reclamare nuovi assetti e nuove geometrie per il PD regionale, fatta salva l’ipotesi di una sua candidatura alla provincia che possa blandire il suo desiderio di rivincita politica  da Conte di Montecristo). Ma il punto, ora come ora, è un altro: Di Matteo sembra, nel suo intervento, più preoccupato di saldare conti interni che di incitare alla competizione elettorale. Si rischia, come spesso è accaduto nella storia delle forze politiche che si sono fuse nel PD, un’insana propensione all’autoreferenzialità e, in qualche caso, all'autolesionismo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

dalfonso7“CHE OGNUNO SI SENTA CANDIDATO”. IL TEMPO, LO SVILUPPO E LA SFIDA PER LUCIANO D’ALFONSO

 borges

“Il nostro destino non è spaventoso perché irreale; è spaventoso perché è irreversibile e di ferro. Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina, ma io sono il fiume; è una tigre che mi sbrana, ma io sono la tigre; è un fuoco che mi divora, ma io sono il fuoco. Il mondo, disgraziatamente, è reale; io, disgraziatamente, sono Borges”

 

J.L. Borges, Nuova confutazione del tempo

 

 

 

Luciano D’Alfonso inizia con una riflessione sul tempo in perfetto stile borgesiano. “In passato il tempo non passava”: D’Alfonso spiega che il ritmo con il quale mutavano le condizioni socio-economiche e politiche non era vorticoso come quello attuale. Mentre il tempo attuale è un tempo veloce, che divora se stesso e che, al di là delle implicazioni filosofiche, impone a chi lo vive la capacità di interpretarlo e di agire su di esso in modo rapido: e non esiste classe dirigente degna di questo nome che non debba fare i conti con il valore prezioso del fattore tempo. Occorre decidere rapidamente per rispondere ai cambiamenti e per non farsi travolgere dall’onda del mutamento. D’Alfonso ricorda che la Regione come istituzione ha a disposizione le risorse normative e finanziarie per generare crescita e sviluppo del territorio. E poi arriva la chiusa del discorso di D’Alfonso: una chiamata alle armi e la riproposizione della catarsi politica. “Noi non c’entriamo con Del Turco” dice con energia D’Alfonso. E’ il momento topico nel quale il Partito Democratico abruzzese, nella persona del suo segretario regionale, rivendica la sua purezza e prende le distanze dagli errori di alcuni: dal punto di vista di quella che gli esperti chiamano “crisis communication” (la disciplina che si occupa di insegnare come si comunica in un’azienda o in un’istituzione in momenti critici), D’Alfonso fa bene a non glissare sull’argomento e a riaffermare, malgrado tutto, il valore del Partito Democratico abruzzese.

D’Alfonso fa la sua chiamata alle armi, che è poi l’obiettivo vero di questo incontro: così facendo la mente dei partecipanti viene sottratta a questo lavacro purificatorio in casa PD e riemerge il tema del consesso: la sfida per la Regione.  Nella presentazione del candidato Costantini, avvenuta qualche giorno prima (14 novembre 2008) al Circus di Pescara, D’Alfonso aveva già compiuto una scelta comunicativa coraggiosa ma efficace allorché aveva posto l’accento sul fatto che Costantini rappresenta un candidato emerso da una dialettica dura tra PD e IDV, mettendo in rilievo come le scelte migliori possano nascere anche da situazioni conflittuali. Per dirlo alla Welles la guerra produce il genio più della pace.

Soffermandosi, invece, sul travaglio e sulle sofferenze maieutiche che avevano condotto alla scelta del candidato di coalizione, D’Alfonso aveva compiuto la catarsi, quella che, secondo Aristotele, i Greci sperimentavano a teatro provando pietà e terrore per le vicende della tragedia. Così facendo il segretario regionale del PD lasciava intendere, pur non facendone menzione, che è migliore, dal punto di vista darwiniano, la scelta controversa di un Costantini che quella di un Chiodi, avvenuta semplicemente con la designazione da parte di Berlusconi del suo presidente ideale in una terna di papabili. E’ inevitabile tornare con la mente alla citazione di Orson Welles: è meglio un candidato che venga fuori da una dura lotta (e quindi temprato e pronto alle sfide vere) oppure un candidato reso tale semplicemente dal tocco del sovrano? Nell’auditorium D’Alfonso fa risuonare un energico “Che ognuno si senta candidato e faccia la sua parte in questa compagna elettorale”. Questo avrebbe potuto essere uno slogan eccellente che nessuno ha però messo in campo, né da una parte  né dall’altra, Nell’agone comunicativo hanno, invece, trionfato, di regola, slogan e claim provenienti dal “Jurassic Park” della comunicazione politica. Unica assente: la creatività.

 

vecchia campagna con macchinaARCHETIPI DI CAMPAGNA ELETTORALE. PROVE TECNICHE DI PERSUASIONE

 

Il limite di un incontro, pur così  denso di spunti e di percorsi, è quello forse di non essere stato divulgato con strategie innovative. E’ arrivato il momento nella comunicazione di non trattare più l’elettore come un imbelle al quale rifilare solo slogan e spot, ma come un cittadino-pensante che vuole anche ascoltare ragionamenti. All’elettore si arriva in due modi: con la pancia e con la testa. Esistono due archetipi di campagna comunicativa: la campagna emotiva e la campagna razionale. Che naturalmente possono anche evolvere in forme ibride. L’evento svoltosi al Massimo, come tutte le sedute di coscienza, è stato un modo intelligente di fare campagna razionale e io credo che se anche l’elettore comune, non simpatizzante del PD, avesse potuto seguire tale dibattito in radio, in tv o su internet (o, persino, su qualche maxischermo), avrebbe sperimentato una forma nuova di marketing elettorale: un reality fatto di passioni e idee, di persone in carne ed ossa che si confrontano, più penetrante di qualsiasi slogan o santino.

D’altro canto l’intera campagna elettorale del centrosinistra si svolge sul filo del rasoio di una comunicazione che, da un lato, deve mostrare il basso livello di contaminazione politica (determinato dall’esclusione di candidati indagati, ancorché elettoralmente forti, e dall’inserimento nel listino di candidati non politici) e, dall’altro, deve persuadere gli elettori che la Regione Abruzzo può essere governata solo da una classe politica che abbia già una significativa esperienza di governance dei territori locali. Una strategia “cerchiobottista” che appare inevitabile in uno scenario dove il dilemma amletico dell’elettore potrebbe essere: meglio farsi governare da persone non contaminate politicamente ma prive di esperienza amministrativa o affidarsi a politici di professione capaci di gestire i problemi del territorio? Del resto le sorti elettorali saranno decise dall’ordine di priorità che i cittadini stabiliranno indirettamente nell’urna: l’Abruzzo ha più bisogno di onestà e trasparenza oppure di sviluppo e lavoro? Non che onestà e capacità politica siano termini in contraddizione, ma la storia politica dell’Italia pre-tangentopoli ha mostrato che una classe dirigente tetragona come quella pentapartitica, pur corrotta e poco trasparente, è stata, in molti frangenti, capace di costruire sviluppo. Ciò rappresenta una verità scomoda da accettare e rifiutata dai benpensanti: eppure una tale contraddizione storica meriterebbe una riflessione scevra di moralismi e qualunquismi. Ma, per quanto riguarda l’Abruzzo, il problema della bonifica dell’agone politico dai politici di professione non appartiene solo al centrosinistra, ma investe anche la coalizione del PDL. Si tratta, da entrambe le parti, di strategie di rimodulazione del consenso elettorale reso più precario dal clima di qualunquismo e antipolitica che serpeggia da anni nel paese. Sia PD che PDL devono muoversi in equilibrio, elogiandosi come classe politica efficiente e, al contempo, rivendicando la loro natura angelica e poco “politica”. Ma la politica, intesa appunto come l’arte di governare la città, era una scienza gloriosa nell’antichità: e se Platone sognava una repubblica perfetta, Aristotele immaginava uno stato meno perfetto ma più realistico. La comunicazione elettorale prescrive di cavalcare il senso di antipolitica che attraversa il paese per intercettare il voto dell’elettorato disilluso. Ma la comunicazione elettorale non è la Bibbia. Sopra essa c’è la democrazia e tutti sanno (ma a volte lo dimenticano) che dove cessa la politica come scienza del buon governo iniziano fenomeni forieri di sventura: il qualunquismo e il populismo.

Parafrasando il titolo una nota opera filosofica, molti si augurano che l’eclissi della Ragione non conduca all’eclissi  della Regione..

 

 

Prof. Franco Forchetti

Docente di Comunicazione

Esperto di Comunicazione politica

forchetti@inwind.it

blog: http://abruzzopolitica.digitlearning.com

sito web: www.digitlearning.com

 

martedì, 09 dicembre 2008

chiodiTUTTI GLI ARTICOLI SUL PRESIDENTE

 

 

Senza entrare nel merito delle vicende che hanno condotto Gianni Chiodi alla ribalta nazionale per effetto della polemica sul video di “Tutti i giovani del presidente” e che hanno scatenato richieste di indagini e interrogazioni parlamentari, non si può non notare che, se è vero che la comunicazione è anche “rumore”, allora l’eco nazionale del piccolo presunto “Young-Gate” ha trasformato Gianni Chiodi in personaggio di fama nazionale, tanto che il suo viso campeggia sulla prima pagina dell’Unità.  Non credo che vi sarà un contraccolpo negativo di immagine per Chiodi. Tutt’altro. Nella percezione dell’elettore medio non politicamente schierato la vicenda ha semmai reso più “personaggio” Chiodi facendolo uscire dal limbo politico per consegnarlo all’immaginario collettivo. Se nella sua comunicazione Chiodi si autodefinisce “il presidente”, tali ultime vicende sembrerebbero paradossalmente proiettarlo nella psiche di molti come il “presidente”, proprio perché al centro di una polemica nazionale. Se ne parla e anche chi non lo conosceva bene, ora lo conosce. Non credo che l’elettore medio non schierato abbia tempo e volontà di indignarsi per una presunta e ipotetica vicenda di cooptazione di elettorato giovanile, ma credo semmai che il “molto rumore per nulla”, se di “nulla si tratta”, avrà un peso in termini di voti. Ammesso che non vi siano sviluppi giudiziari legati alla vicenda che si traducano in perdita di consenso. Per ora, non fa differenza in termini di consenso che se ne parli bene o che se ne parli male. Fa differenza il fatto che se ne parli. I media si occupano tutti di lui, dentro e fuori regione. Tutti i giovani del presidente sono diventati tutti gli articoli sul presidente.

 

martedì, 09 dicembre 2008

Logos e logo politico. Il problema del simbolo e dei significati trasmessi

costantini depliant
Convention elettorale al Cinema Circus per la presentazione del candidato di coalizione Costantini.
L’occhio del comunicatore legge un’organizzazione all’americana con hostess che consegnano all’ingresso gadgets e spillette del candidato. Poiché il semiologo, ovvero colui che si occupa dei segni (tutto ciò che sta al posto di qualcos’altro), è aduso ad osservare i particolare, non sfugge il fatto che nel materiale propagandistico Costantini appare come il candidato del suo partito: il simbolo scelto è una sezione di triangolo bicolore (verde e……) contenuta in un cerchio: è il richiamo al logo della regione Abruzzo. Il simbolo è troppo geometrico e poco semantico: in altri termini comunica poco o nulla ai suoi interpreti. Esso appare più adatto al branding aziendale o sportivo che alla simbologia partitica che ha bisogno di loghi più identificabili, più suggestivi e comunicativi. Non appare alcun riferimento al Partito Democratico che pure è nella coalizione. Il logo del partito o della coalizione deve tradurre visivamente i valori e le mission che sono alla base degli stessi e, soprattutto, deve essere immediatamente comprensibile dall’elettore. In termini aulici, il logo deve rispecchiare il logos, quello che per gli antichi greci è il discorso della ragione e per i cristiani il principio divino supremo: senza una corrispondenza biunivoca e osmotica tra il simbolo grafico (logo) e il suo significato profondo non si compie il miracolo della comunicazione.
In altri termini il simbolo della coalizione esige una semantica predefinita ovvero deve essere capace di comunicare significati ben precisi: il simbolo sta al posto di quei significati e, a loro volta, quei significati devono trovare la loro quintessenza grafica nel simbolo medesimo. Occorre che nel logo vi sia un’immagine che non imponga un’interpretazione difficile da parte dell’elettore.

Logo a parte, mi è parsa ottima invece la scelta di accogliere l’arrivo di Costantini sul palco con una colonna sonora motivante che naturalmente evoca lo stile delle campagne elettorali americani. La presenza di un pubblico giovane in sala è il segnale che l’effetto Costantini potrebbe essere molto forte presso l’elettorato giovane che potrebbe riconoscersi in un candidato giovane, preparato, “comunicativo”.



dalfonso7D’Alfonso, Costantini e la catarsi politica

Nella convention elettorale del 14 novembre 2008 al Cinema Circus per la presentazione del candidato Carlo Costantini, i primi speaker dell’evento sono coloro che quest’ultimo ha indicato nel listino: personalità provenienti dal mondo della società civile. Durante l’incontro si pone più volte l’accento sul fatto che si tratti un listino depoliticizzato dove sono assenti i cosiddetti politici di professione. D’altro canto l’intera campagna elettorale del centrosinistra si svolge sul filo del rasoio di una comunicazione che, da un lato, deve mostrare il basso livello di contaminazione politica (determinato dall’esclusione di candidati indagati, ancorché elettoralmente forti, e dall’inserimento nel listino di candidati non politici) e, dall’altro, deve persuadere gli elettori che la regione Abruzzo può essere governata solo da una classe politica che abbia già una significativa esperienza di governance dei territori locali. Una strategia cerchiobottista che appare inevitabile in uno scenario elettorale dove il dilemma amletico dell’elettore potrebbe essere: meglio farsi governare da dilettanti non contaminati politicamente ma privi di esperienza o affidarsi a chi sa cosa significa fare la classe dirigente. Del resto le sorti elettorali saranno decise dall’ordine di priorità che i cittadini stabiliranno indirettamente nell’urna: la regione Abruzzo ha più bisogno di onestà e trasparenza oppure di sviluppo e lavoro? Non che onestà amministrativa e capacità politica di governo siano caratteristiche che si escludono a vicenda, ma la storia politica dell’Italia pre-tangentopoli ha insegnato che una classe dirigente tetragona come quella pentapartitica, pur corrotta e poco trasparente, è stata, in molti frangenti, efficace e capace di costruire sviluppo. Ma, per quanto riguarda l’Abruzzo, il problema della bonifica dell’agone politico dai politici di professione non appartiene solo al centrosinistra, ma investe anche la coalizione della PDL. Si tratta, da entrambe le parti, di strategie di rimodulazione del consenso elettorale reso più precario dal clima di qualunquismo e antipolitica che serpeggia da anni nel paese.

L’incontro è continuato con gli interventi di Pino De Dominicis e Luciano D’Alfonso. Il discorso del segretario regionale del PD è apparso muscolare, emotivo, accorato: si è menzionata l’infausta scelta dell’alieno a palazzo di regione e si è affermata la necessità di far sì che l’Abruzzo venga governato da una classe dirigente degna di questo nome che abbia giù maturato esperienze di amministrazione dei territori.
D’Alfonso ha compiuto una scelta comunicativa giusta allorché ha indugiato sul fatto che Costantini fosse stato un candidato emerso da una dialettica dura tra PD e IDV ed ha messo in rilievo come le scelte migliori nascano sempre da conflitti intestini e come esse finiscano con l’essere il distillato di una tenzone politica. Il segretario regionale ha fatto bene a non evitare l’argomento che taluni consideravano scomodo: avrebbe potuto anche non menzionare il parto doloroso col quale si è giunti all’accettazione della candidatura di Costantini. Soffermandosi, invece, sul travaglio e sulle sofferenze maieutiche che hanno condotto alla scelta del candidato di coalizione, D’Alfonso ha compiuto la catarsi, aristotelicamente parlando, dell’evento: parlandone e sottolineando la positività di un candidato designato alla fine di una democratica battaglia politica interna, D’Alfonso ha ricordato a tutti che la politica è anche un processo di incubazione e di selezione dei migliori dal basso. Così facendo D’Alfonso ha lasciato intendere, pur non facendone menzione, che è migliore, dal punto di vista darwinian, la scelta di un Costantini che quella di un Chiodi, avvenuta semplicemente come la designazione da parte di Berlusconi del suo presidente ideale in una terna di papabili.
D’Alfonso ha elogiato la carriera politica di Costantini costellata di esperienze significative che lo hanno reso degno e meritevole di aspirare al ruolo di governatore regionale. L’intervento si è concluso con l’auspicio di una vittoria che preluda a 10 anni di governo regionale da parte di Costantini medesimo.
Infine vi è stato l’intervento dell’on. Carlo Costantini. Si è trattato di un lungo discorso, condotto più con lo stile dell’uomo di partito che espone le sue linee programmatiche che con quello del leader di coalizione. Ma, essendo una convention della coalizione, è giusto che Costantini abbia scelto un tono di voce meno enfatico del solito e un ritmo più pacato. D’altro canto, in altri interventi, ho rilevato che Costantini è molto abile ed efficace nella comunicazione televisiva e mediatica in senso lato: in questo senso è un candidato “mediaticamente” forte e più persuasivo del suo concorrente Chiodi. Costantini ha indicato in modo puntuale ed efficace tutti i punti del suo manifesto programmatico, palesando una profonda conoscenza dei temi strategici del futuro governo regionale. Mi sembra tuttavia che il progetto di Costantini (ammesso che rispecchi in tutto e per tutto quello del PD dato che la convergenza tra PD e IDV è avvenuta in tempi recentissimi, con la conseguenza di due programmi distinti), pur puntuale e lodevole nei contenuti, rischi di apparire troppo “palingenetico”: tutti si augurano un Abruzzo come quello delineato da Costantini ma il buon senso suggerisce ad ogni elettore che non tutto potrà essere realizzato sia per ragioni finanziarie che per problemi di tempistica. Occorre quindi che il candidato Costantini focalizzi, in queste due ultime settimane di campagna elettorale. la sua comunicazione su quei temi che saranno discriminanti e decisivi nell’esito elettorale: sanità, ambiente, onestà dell’amministrare e lavoro. Nessun elettore crede a una terra promessa dove tutto miracolosamente si risolve ma molti elettori possono dare fiducia a progetti politici che esprimano priorità e modi di intervento precisi. Il consiglio è: promettere poco ma spiegare come a quel poco si arriverà.



Non dimenticatevi Internet e gli elettori internauti.

 

 


Il sito del Pd abruzzo (www.pdabruzzo.com) non ha subito evidentemente un make up adatto alla campagna elettorale in corso. A parte il manifesto programmatico pubblicato sul sito (e graficamente impostato in modo poco attraente per il visitatore) e un video del segretario regionale Luciano D’Alfonso, non vi è nulla che costituisca un richiamo alla competizione in corso. E meraviglia osservare che non c’è nemmeno un banner dedicato a Costantini Presidente. Per il resto il sito offre informazioni istituzionali sull’organizzazione regionale del partito. Sarebbe il caso che chi si occupa di comunicazione nel pd si metta subito all’opera per trasformarlo in un sito di marketing elettorale, più incisivo e più focused sulla competizione in corso. Non sono riuscito ad accedere al blog del segretario regionale che naturalmente va subito potenziato. Non dimentichiamo che nell’elettorato cosiddetto indeciso (quello che potrebbe decidere l’esito della competizione) vi è certamente quel segmento corrispondente a quei soggetti che navigano in internet e acquisiscono molte informazioni in rete (l’elettore networked), in genere trentenni e quarantenni, di buona cultura e che, diffidando dei media tradizionali, amano interagire sui blog e sui social network. Un sito efficace e comunicativo gioca sicuramente un ruolo altamente persuasivo nella conquista di questa tipologia di elettorato.



Marino Roselli. Un modello di campagna lunga


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Ho giudicato positivamente la tempistica comunicativa del candidato consigliere Marino Roselli che, sfruttando l’onda delle primarie, è stato tra i primissimi a far uscire manifesti ed affissioni, ben sapendo che la campagna elettorale lunga, in anticipo sugli avversari, è premiante. Gli elettori ricordano meglio i candidati cha appaiono in largo anticipo e non hanno concorrenza comunicativa rispetto ai candidati che si dividono gli spazi comunicativi con decine di altri candidati.
Il claim della campagna (“L’Abruzzo a testa alta”) esprime la dignità dell’impegno personale che vuol essere speso per alzare la testa nonostante le ultime vicende, l’orgoglio di mettere la propria esperienza ancora al servizio della Regione. Questo è il tono giusto che gli slogan di questa campagna elettorale devono avere. Parafrasando e corrompendo Shakespeare, il resto è rumore
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Prof.Franco Forchetti. Docente di Comunicazione ed esperto di comunicazione politica

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