Una riunione di Direzione PD che si annunciava come il luogo della notte dei lunghi coltelli, come il campo di battaglia tra forze che finalmente uscivano allo scoperto. Tanto da meritare un popolo di internauti pronti a seguire l’evento in diretta web. Se Dante raccontava nella Divina Commedia della profezia del Veltro (la riforma o il personaggio che dovevano combattere
Magma sotterraneo pronto a fuoriuscire? Resa dei conti procrastinata? Tentativo di far cuocere Veltroni nel proprio brodo e speranza della morte per entropia di Walter?
Comunque sarà, sembrava che la riunione si fosse conclusa senza fuochi di artificio e senza colpo di scena finale. Mancata cronaca di un “golpe” anti-veltroniano annunciato. Ma ecco il colpo di genio. Ma ecco l’apocalypsis ovvero la “rivelazione”. Un semiologo o un critico d’arte direbbero: “Dio si rivela nel particolare” oppure, a voler essere laicisti, “la verità si manifesta in ciò che non sembra importante”. Ecco
L’Amalgama Malriuscito è il ritorno sotto mentite spoglie della Cosa di Occhetto. Allorché il PCI si accingeva a cambiare nome e si preparava alla svolta della Bolognina, non si parlava che della “Cosa”, di quella misteriosa entità verso la quale avrebbe dovuto evolvere il PCI. E poi giunse il Partito Democratico della Sinistra, la “gioiosa macchina da guerra” sconfitta da un altra misteriosa e potente coppia di termini “Forza Italia”. E poi arrivarono i Democratici di Sinistra. E poi fu la volta dell’Ulivo. Ed infine fu recuperato il vecchio sogno veltroniano: il partito democratico all’americana. DS e Margherita, in un processo celere e indolore, si sciolsero nel Partito Democratico. Se molti avevano pianto alla Bolognina (e si trattava solo di cambiare nome e rinnegare un certo passato), a maggior ragione avrebbero dovuto strapparsi le vesti all’idea di auto estinguersi confluendo in un “american dream” come il Partito Democratico. Invece nulla. Fusione a freddo. “Prima uniamoci. Poi cercheremo di capire chi siamo, i nostri valori e come farli coesistere”. Anni fa sarebbe stata impresa titanica quella di immaginare una simile fusione tra un partito di tradizione comunista e un partito di ispirazione cattolica. Invece il Partito Democratico nacque senza doglia della madre e ansia del padre. Nato senza traumi e già felice, sarebbe stato destinato a “scontare la morte vivendo”. Come quei bambini che, appena nati, sembrano intelligentissimi e sanno già in quale direzione camminare, finché al compimento del primo anno cominciano a deludere tutti perché appaiono meno intelligenti e soprattutto mostrano di non sapere più dove andare. Ora, secondo Wikipedia, si definisce amalgama una lega contenente mercurio. Il termine deriva dal latino medievale amàlgama, usato in alchimia, e deformazione, per mediazione araba, del greco málagma (= impasto tenero), dal verbo greco malásso (= io rammollisco). Un impasto tenero appunto. Come se qualcuno avesse impastato il tutto senza solidificarlo, senza renderlo “duro”, senza creare una base “identitaria”, un nucleo forte di valori (raccomandabile sia per un partito che per un brand). Appunto. Un “amalgama malriuscito”. L’ erede della Cosa occhettiana o se si preferisce la sua ultima mutazione alchemica. Aspettando che gli Alchimisti del Partito Democratico ne facciano un Golem portentoso. Sempreché il Golem non si rivolti contro di loro. I teologi del medioevo parlavano di adunatio sine confusione quando dovevano spiegare come la creatura si smarrisca nella divinità: in termini grossolani possiamo tradurre con “uniamoci ma senza confonderci”. Oggi sarebbe davvero un bel consiglio per un Partito Democratico travolto dalla questione morale che ha bisogno di distinguere le anime al proprio interno e di capire qual è l’anima più nera e quale quella più candida.

Prof. Franco Forchetti
Docente di Comunicazione ed esperto di Comunicazione politica
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PERCHE’ NON POSSIAMO NON DIRCI GARANTISTI
Gentile Dott. Crespi, sono contento che Lei, con “razionalità viscerale”, abbia rotto il conformismo mediatico e abbia detto ciò che molti di noi pensano e che non dicono per una sorta di annichilimento del nostro io giudicante di fronte al “preconfezionato pregiudizievole” (mi perdoni l’orrenda allitterazione) che tv e stampa ci propinano. Stimolato dal suo appello a scongiurare il pericolo di una gogna senza quartiere e della fine di ogni forma di garantismo (soprattutto a livello di comunicazione), vorrei fare alcune riflessioni. La prima è una riflessione machiavellica, che ogni studioso di politica, realista e pragmatico, dovrebbe sviluppare: la corruzione è fisiologica in qualsiasi sistema politico, sociale o economico. Il problema non è tanto eliminarla del tutto (impossibile a meno che non si confidi nell’evoluzione darwiniana) quanto quella di contenerla entro limiti accettabili che non pregiudichino il funzionamento del sistema. Sgomberato il campo da volontà palingenetiche di purezza della “razza” politica, cito Marco Vitale, economista e docente della Bocconi, che, in un’intervista all’Espresso, rivela (ma non era difficile immaginarselo) che le statistiche di Transparency International collocano l’Italia in una posizione pessima nella classifica dei paesi più corrotti. Appare curioso, dice Vitale, che il germe della corruzione sembri oggi allignare più nei giovani che negli anziani. Vitale non ci spiega da dove nasca questa vocazione italiana alla corruzione, ma, volendo semplificare, si potrebbe dire che essa dipende dalla nostra breve storia democratica, dall’esistenza di culture diverse all’interno del paese, dal sopravvivere di mentalità borbonico-levantine, dall’iperfetazione dello stato-leviatano nel tessuto economico, dall’assenza di una tradizione calvinista e da tante altre ragioni.