domenica, 21 dicembre 2008

 

 DALLA “COSA” DI OCCHETTO ALL’AMALGAMA MALRIUSCITO

 

bologninaUna riunione di Direzione PD che si annunciava come il luogo della notte dei lunghi coltelli, come il campo di battaglia tra forze che finalmente uscivano allo scoperto. Tanto da meritare un popolo di internauti pronti a seguire l’evento in diretta web. Se Dante raccontava nella Divina Commedia della profezia del Veltro (la riforma o il personaggio che dovevano combattere la Lupa, simbolo di molti vizi), la profezia “democratica” del Veltroni sembrava destinata al suo non-compimento e, in ragione degli ultimi eventi di corruzione che hanno coinvolto alcune giunte del PD, pareva che la Lupa (cupidigia e altri vizi), inizialmente scacciata dal Veltro nell’Inferno, fosse tornata per spingere il Veltro  medesimo verso gli inferi. Ma così non è stato. Almeno finora.

Magma sotterraneo pronto a fuoriuscire? Resa dei conti procrastinata? Tentativo di far cuocere Veltroni nel proprio brodo e speranza della morte per entropia di Walter?

Comunque sarà, sembrava che la riunione si fosse conclusa senza fuochi di artificio e senza colpo di scena finale. Mancata cronaca di un “golpe” anti-veltroniano annunciato. Ma ecco il colpo di genio. Ma ecco l’apocalypsis ovvero la “rivelazione”. Un semiologo o un critico d’arte direbbero: “Dio si rivela nel particolare” oppure, a voler essere laicisti, “la verità si manifesta in ciò che non sembra importante”. Ecco la Veritas del centrosinistra occultata in due parole pronunciate, en passant, come se nulla fosse, da D’Alema. Tutte le hanno sentite ma non le hanno davvero “ascoltate”. Nessuno ha compreso che tutta la storia del PD e tutto il suo futuro sono condensati, come nell’ aleph borgesiano che racchiude l’universo tutto, nelle due parole: “amalgama malriuscito”. Si crede che l’inconscio a volte si manifesti inavvertitamente nel conscio. L’inconscio del Partito Democratico è emerso, direbbe Freud, nella scelta delle due mirabili parole. Tutta la storia di un partito politico, del suo simbolo e della sua fusione a freddo con un’altra storia e un altro simbolo.

L’Amalgama Malriuscito è il ritorno sotto mentite spoglie della Cosa di Occhetto. Allorché il PCI si accingeva a cambiare nome e si preparava alla svolta della Bolognina, non si parlava che della “Cosa”, di quella misteriosa entità verso la quale avrebbe dovuto evolvere il PCI. E poi giunse il Partito Democratico della Sinistra, la “gioiosa macchina da guerra” sconfitta da un altra misteriosa e potente coppia di termini “Forza Italia”. E poi arrivarono i Democratici di Sinistra. E poi fu  la volta dell’Ulivo. Ed infine fu recuperato il vecchio sogno veltroniano: il partito democratico all’americana. DS e Margherita, in un processo celere e indolore, si sciolsero nel Partito Democratico. Se molti avevano pianto alla Bolognina (e si trattava solo di cambiare nome e rinnegare un certo passato), a maggior ragione avrebbero dovuto strapparsi le vesti all’idea di auto estinguersi confluendo in un “american dream” come il Partito Democratico. Invece nulla. Fusione a freddo.  “Prima uniamoci. Poi cercheremo di capire chi siamo, i nostri valori e come farli coesistere”. Anni fa sarebbe stata impresa titanica quella di immaginare una simile fusione tra un partito di tradizione comunista e un partito di ispirazione cattolica. Invece il Partito Democratico nacque senza doglia della madre e ansia del padre. Nato senza traumi e già felice, sarebbe stato destinato a “scontare la morte vivendo”. Come quei bambini che, appena nati, sembrano intelligentissimi e sanno già in quale direzione camminare, finché al compimento del primo anno cominciano a deludere tutti perché appaiono meno intelligenti e soprattutto mostrano di non sapere più dove andare. Ora, secondo Wikipedia, si definisce amalgama una lega contenente mercurio. Il termine deriva dal latino medievale amàlgama, usato in alchimia, e deformazione, per mediazione araba, del greco málagma (= impasto tenero), dal verbo greco malásso (= io rammollisco). Un impasto tenero appunto. Come se qualcuno avesse impastato il tutto senza solidificarlo, senza renderlo “duro”, senza creare una base “identitaria”, un nucleo forte di valori (raccomandabile sia per un partito che per un brand). Appunto. Un “amalgama malriuscito”. L’ erede della Cosa occhettiana o se si preferisce la sua ultima mutazione alchemica. Aspettando che gli Alchimisti del Partito Democratico ne facciano un Golem portentoso. Sempreché il Golem non si rivolti contro di loro. I teologi del medioevo parlavano di adunatio sine confusione quando dovevano spiegare come la creatura si smarrisca nella divinità: in termini grossolani possiamo tradurre con “uniamoci ma senza confonderci”. Oggi sarebbe davvero un bel consiglio per un Partito Democratico travolto dalla questione morale che ha bisogno di distinguere le anime al proprio interno e di capire qual è l’anima più nera e quale quella più candida.

amalgama

 

Prof. Franco Forchetti

Docente di Comunicazione ed esperto di Comunicazione politica

Profilo su www.digitlearning.com 

 

 

giovedì, 18 dicembre 2008

       

inquisizionePERCHE’ NON POSSIAMO NON DIRCI GARANTISTI

Contro la Santa Inquisizione del Quarto e del Quinto Potere

 

Commento al blog di Luigi Crespi (“Né unti né untori. Basta con la gogna”)

http://luigicrespi.clandestinoweb.com

 

quartopotere2Gentile Dott. Crespi, sono contento che Lei, con “razionalità viscerale”, abbia rotto il conformismo mediatico e abbia detto ciò che molti di noi pensano e che non dicono per una sorta di annichilimento del nostro io giudicante di fronte al “preconfezionato pregiudizievole” (mi perdoni l’orrenda allitterazione) che tv e stampa ci propinano. Stimolato dal suo appello a scongiurare il pericolo di una gogna senza quartiere e della fine di ogni forma di garantismo (soprattutto a livello di comunicazione), vorrei fare alcune riflessioni. La prima è una riflessione machiavellica, che ogni studioso di politica, realista e pragmatico, dovrebbe sviluppare: la corruzione è fisiologica in qualsiasi sistema politico, sociale o economico. Il problema non è tanto eliminarla del tutto (impossibile a meno che non si confidi nell’evoluzione darwiniana) quanto quella di contenerla entro limiti accettabili che non pregiudichino il funzionamento del sistema. Sgomberato il campo da volontà palingenetiche di purezza della “razza” politica, cito Marco Vitale, economista e docente della Bocconi, che, in un’intervista all’Espresso, rivela (ma non era difficile immaginarselo) che le statistiche di Transparency International collocano l’Italia in una posizione pessima nella classifica dei paesi più corrotti. Appare curioso, dice Vitale, che il germe della corruzione sembri oggi allignare più nei giovani che negli anziani. Vitale non ci spiega da dove nasca questa vocazione italiana alla corruzione, ma, volendo semplificare, si potrebbe dire che essa dipende dalla nostra breve storia democratica, dall’esistenza di culture diverse all’interno del paese, dal sopravvivere di mentalità borbonico-levantine, dall’iperfetazione dello stato-leviatano nel tessuto economico, dall’assenza di una tradizione calvinista e da tante altre ragioni.

Ma il punto fondamentale, dott. Crespi, è quello che Lei addita: non tanto il rapporto tra politica e magistratura. Si parla da secoli di equilibrio tra i poteri e di rapporti di forza storicamente determinati tra i poteri. Tanto che la storia della I repubblica ci insegna che, pur non essendo assente la corruzione (anzi), la magistratura sembrava meno in grado di mettere in difficoltà il potere politico, perché eravamo all’interno di un sistema democratico bloccato dove, anche per ragioni internazionali, non si sarebbe mai consentita una rivoluzione per via giudiziaria. Tangentopoli, come sosteneva giustamente Bossi, arriva solo dopo la crisi del sistema dei partiti non più in grado di addomesticare il potere giudiziario. Caduto il muro di Berlino e allentatosi il controllo americano sulla penisola, i partiti tradizionali (dc e psi) perdono consensi e, quindi, potere, spianando la strada alla Lega e liberando la magistratura dall’influenza condizionante del sistema partitico.

Forse l’immagine di un Domenici, sindaco di Firenze, che, benché non indagato, si incatena di fronte alla sede del Gruppo Editoriale L’Espresso, per lanciare l’allarme sul pericolo dell’informazione distorta, evoca lo spettro delle complesse relazioni tra giustizia e mondo dell’informazione. Ma Mani Pulite fu anche gogna mediatica, fu la condanna precoce e senza appello (sui media) degli indagati, molti dei quali vennero consegnati all’oblio politico. Non importa che quegli indagati non sarebbero stati mai condannati perché ormai la sentenza mediatica era stata pronunciata. Tecnicamente è il becero antigarantismo mediatico che fa i processi a mezzo stampa e tv. Continuo a pensare che i processi si debbano fare nelle aule di tribunali e che i media dovrebbero limitarsi a dare la notizia, senza imbastire la santa inquisizione dell’etere e della carta stampata. Il problema è quello del rapporto tra il potere politico, il potere giudiziario e quelli che sono conosciuti come quarto e quinto potere (stampa e tv). Ma non è solo un problema culturale, morale o politico. Perché, se in Italia continuiamo a far fuori classi politiche per effetto della santa inquisizione mediatica, rischiamo di non saper governare più il nostro sviluppo economico e sociale, consegnandoci ad un qualunquismo ipocrita e giustizialista

 

Prof. Franco Forchetti

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