martedì, 16 dicembre 2008

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Forchetti Cambio di rotta e Chiodi vince la sfida della comunicazione su Abruzzo LiberaleForchetti Costantini Chiodi e De Laurentiis. La sfida della comunicazione2Forchetti La comunicazione elettorale in Abruzzo su Abruzzo24oreForchetti La sfida della comunicazione su Abruzzo24oreForchetti L'Abruzzo crocevia della politica nazionale su Abruzzo Liberale

martedì, 09 dicembre 2008

Franco Forchetti

 

terzo uomodalemaveltroni2RITRATTO DI FAMIGLIA PD. DALLO PSICODRAMMA ALLA CATARSI ALLA SFIDA. LEZIONI DI COMUNICAZIONE DELLA CRISI

 

Nel film "Il terzo uomo" lo sciagurato personaggio interpretato da Orson Welles, il cinico avventuriero Harry Lime, pronunciava a un certo punto queste parole: "In Italia, sotto i Borgia, ci furono guerra, terrore, omicidi, carneficine, ma vennero fuori Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento; in Svizzera non ci fu che amore fraterno, ma in cinquecento anni che ne e' venuto fuori? L' orologio a cucu' ".

Paradossalmente anni di pace e di armonia nel Partito Democratico abruzzese non avrebbero prodotto ciò che invece è scaturito dalle vicende del 14 luglio allorché parte della giunta Del Turco è finita sotto inchiesta. Qualcuno gridò al principio della fine ma, a tutt’oggi, non pochi pensano che quello sia stato l’inizio traumatico e drammatico di un nuovo corso: una catarsi politica dalla quale esce un Partito Democratico con più ferite ma con maggiori certezze. L’atto di autocognizione del dolore, per dirla in termini psicoanalitici, è stato vissuto e poi sublimato nell’incontro tenutosi al Cinema Massimo di Pescara  giovedì 20 novembre 2008. Avrebbe dovuto trattarsi della consacrazione di Costantini nella casa del Partito Democratico e nella sua investitura a leader della coalizione da parte del gruppo dirigente del PD, alla presenza del Ministro dello Sviluppo Economico del Governo ombra di Veltroni, Matteo Colaninno. Ma la sorte ha voluto, complici i temi affrontati e l’assenza di Costantini, che l’adunanza fosse l’atto finale dello psicodramma del PD: una sorta di seduta di coscienza collettiva dove molti hanno parlato più con la pancia che con la testa. Doveva essere la pista di decollo per Costantini ed è stato, invece, un salutare viaggio à rebours) nella crisi e nella rinascita di un partito che sa di avere un dna di classe dirigente e che ha dinanzi la sua sfida elettorale più difficile. Nulla sarà più come prima. Lo si è detto per l’11 settembre in America. Lo si potrebbe dire per la storia del Partito Democratico abruzzese. Dal 14 luglio 2008 in poi è mutato le scenario: nelle stanze romane del Partito Democratico sanno che la scelta di Del Turco come governatore fu una decisione sbagliata che non teneva conto degli uomini e delle energie che il Partito Democratico abruzzese aveva già in seno e che “panchinare” D’Alfonso, in occasione di quelle elezioni, fu decisione funesta, tanto più alla luce degli avvenimenti posteriori. All’ intervento del Consigliere Comunale Fusilli, che ricorda come la riforma del titolo V della Costituzione, dando ampio potere alle regioni, responsabilizzi maggiormente le future classi dirigenti chiamate a confrontarsi in uno scenario globale, segue quello di Graziano Di Costanzo, direttore della CNA Abruzzo, che traccia, con numeri e dati alla mano, un quadro preoccupante e apocalittico della crisi industriale abruzzese che si sta tramutando in un crollo dell’occupazione. Molto interessante la sua critica al modo di fare campagna elettorale: troppi slogan e troppe promesse vaghe. Di Costanzo coglie un nodo fondamentale della comunicazione politica: quello della necessità che le campagne di comunicazione elettorali in questa travagliata stagione abruzzese siano improntate a un sano realismo e ad un pragmatismo credibile, indicando progetti da realizzare e modalità.

 

IL RITORNO DELLE CONVERGENZE PARALLELE. LA STRATEGIA COMUNICATIVA DEL CENTRO SINISTRA

 

Da uomo politico di lungo corso e da amministratore d’esperienza, Pino De Dominicis, Presidente della Provincia di Pescara, sa che per vincere una competizione elettorale occorre comunicare all’elettorato messaggi omogenei e presentarsi al voto con una coalizione compatta. Uniti e all’unisono si vince: è una lezione vecchia quanto il mondo ma sempre valida. Dal mio punto di vista De Dominicis lascia trapelare una preoccupazione che serpeggia nella coalizione: quella di non essere abbastanza coalizione. Talora si ha la sensazione che ciascuno degli alleati di centrosinistra faccia campagna elettorale a parte e che si viaggi su rette parallele. Il problema è complesso, anche dal punto di vista della comunicazione politica in senso stretto. Un Costantini percepito in modo autonomo rispetto al PD potrebbe catalizzare un voto indipendente che voglia premiare Costantini medesimo e non già il Partito Democratico: e questo sarebbe l’effetto virtuoso di una campagna elettorale a doppio binario. Il contraccolpo potrebbe, di converso, prodursi laddove il PDL apparisse come uno schieramento granitico e tetragono mentre il centrosinistra venisse percepito come un mosaico, un coacervo di forze non del tutto coese. La difficoltà tattica si pone solo perché purtroppo le vicende del 14 luglio hanno determinato un clima non favorevole al PD che, proprio in forza di questo, ha dovuto digerire e metabolizzare, obtorto collo, la candidatura Costantini. Salvo poi impegnarsi in un’operazione di riconsacrazione di Costantini medesimo. Ritorna sulla scena un vecchio adagio della politica: convergenti ma paralleli.

 

dimatteoLA RABBIA E L’ORGOGLIO. DI MATTEO REVENGE

 

E finalmente si è consumato uno dei momenti più attesi dalla platea: il primo discorso ufficiale del grande escluso, Donato Di Matteo, che, dopo non aver fatto mistero in queste settimane della profonda delusione scaturita dal veto “costantiniano”, si è profuso in un discorso a tutto campo che sapeva di orgoglio ferito, rivincita, voglia di tornare in campo e, soprattutto, di malcelato desiderio di fare l’assessore ombra in un futuribile governo Costantini. Anche Di Matteo si scaglia contro la sloganistica della facile comunicazione elettorale e auspica programmi concreti. Successivamente si scalda sul tema a lui più caro: la sanità. Indica, a quel punto, quelle che saranno le sue battaglie sia in caso di vittoria elettorale del PD che di sconfitta:  riorganizzazione del sistema sanitario, difesa dell’ospedale di Pescara dall’ipotesi di un vassallaggio nei confronti di quello di Chieti, riforma della trasportistica e potenziamento dei collegamenti infrastrutturali. Il consenso quasi plebiscitario che giunge dalla platea lascia intendere che Di Matteo giocherà un ruolo determinate sia in caso di vittoria di Costantini (agendo da propulsore occulto di idee e progetti) sia in caso di sconfitta (in questa ipotesi la resa dei conti nel PD sarà inevitabile e lui, forte del consenso delle primarie, potrebbe reclamare nuovi assetti e nuove geometrie per il PD regionale, fatta salva l’ipotesi di una sua candidatura alla provincia che possa blandire il suo desiderio di rivincita politica  da Conte di Montecristo). Ma il punto, ora come ora, è un altro: Di Matteo sembra, nel suo intervento, più preoccupato di saldare conti interni che di incitare alla competizione elettorale. Si rischia, come spesso è accaduto nella storia delle forze politiche che si sono fuse nel PD, un’insana propensione all’autoreferenzialità e, in qualche caso, all'autolesionismo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

dalfonso7“CHE OGNUNO SI SENTA CANDIDATO”. IL TEMPO, LO SVILUPPO E LA SFIDA PER LUCIANO D’ALFONSO

 borges

“Il nostro destino non è spaventoso perché irreale; è spaventoso perché è irreversibile e di ferro. Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina, ma io sono il fiume; è una tigre che mi sbrana, ma io sono la tigre; è un fuoco che mi divora, ma io sono il fuoco. Il mondo, disgraziatamente, è reale; io, disgraziatamente, sono Borges”

 

J.L. Borges, Nuova confutazione del tempo

 

 

 

Luciano D’Alfonso inizia con una riflessione sul tempo in perfetto stile borgesiano. “In passato il tempo non passava”: D’Alfonso spiega che il ritmo con il quale mutavano le condizioni socio-economiche e politiche non era vorticoso come quello attuale. Mentre il tempo attuale è un tempo veloce, che divora se stesso e che, al di là delle implicazioni filosofiche, impone a chi lo vive la capacità di interpretarlo e di agire su di esso in modo rapido: e non esiste classe dirigente degna di questo nome che non debba fare i conti con il valore prezioso del fattore tempo. Occorre decidere rapidamente per rispondere ai cambiamenti e per non farsi travolgere dall’onda del mutamento. D’Alfonso ricorda che la Regione come istituzione ha a disposizione le risorse normative e finanziarie per generare crescita e sviluppo del territorio. E poi arriva la chiusa del discorso di D’Alfonso: una chiamata alle armi e la riproposizione della catarsi politica. “Noi non c’entriamo con Del Turco” dice con energia D’Alfonso. E’ il momento topico nel quale il Partito Democratico abruzzese, nella persona del suo segretario regionale, rivendica la sua purezza e prende le distanze dagli errori di alcuni: dal punto di vista di quella che gli esperti chiamano “crisis communication” (la disciplina che si occupa di insegnare come si comunica in un’azienda o in un’istituzione in momenti critici), D’Alfonso fa bene a non glissare sull’argomento e a riaffermare, malgrado tutto, il valore del Partito Democratico abruzzese.

D’Alfonso fa la sua chiamata alle armi, che è poi l’obiettivo vero di questo incontro: così facendo la mente dei partecipanti viene sottratta a questo lavacro purificatorio in casa PD e riemerge il tema del consesso: la sfida per la Regione.  Nella presentazione del candidato Costantini, avvenuta qualche giorno prima (14 novembre 2008) al Circus di Pescara, D’Alfonso aveva già compiuto una scelta comunicativa coraggiosa ma efficace allorché aveva posto l’accento sul fatto che Costantini rappresenta un candidato emerso da una dialettica dura tra PD e IDV, mettendo in rilievo come le scelte migliori possano nascere anche da situazioni conflittuali. Per dirlo alla Welles la guerra produce il genio più della pace.

Soffermandosi, invece, sul travaglio e sulle sofferenze maieutiche che avevano condotto alla scelta del candidato di coalizione, D’Alfonso aveva compiuto la catarsi, quella che, secondo Aristotele, i Greci sperimentavano a teatro provando pietà e terrore per le vicende della tragedia. Così facendo il segretario regionale del PD lasciava intendere, pur non facendone menzione, che è migliore, dal punto di vista darwiniano, la scelta controversa di un Costantini che quella di un Chiodi, avvenuta semplicemente con la designazione da parte di Berlusconi del suo presidente ideale in una terna di papabili. E’ inevitabile tornare con la mente alla citazione di Orson Welles: è meglio un candidato che venga fuori da una dura lotta (e quindi temprato e pronto alle sfide vere) oppure un candidato reso tale semplicemente dal tocco del sovrano? Nell’auditorium D’Alfonso fa risuonare un energico “Che ognuno si senta candidato e faccia la sua parte in questa compagna elettorale”. Questo avrebbe potuto essere uno slogan eccellente che nessuno ha però messo in campo, né da una parte  né dall’altra, Nell’agone comunicativo hanno, invece, trionfato, di regola, slogan e claim provenienti dal “Jurassic Park” della comunicazione politica. Unica assente: la creatività.

 

vecchia campagna con macchinaARCHETIPI DI CAMPAGNA ELETTORALE. PROVE TECNICHE DI PERSUASIONE

 

Il limite di un incontro, pur così  denso di spunti e di percorsi, è quello forse di non essere stato divulgato con strategie innovative. E’ arrivato il momento nella comunicazione di non trattare più l’elettore come un imbelle al quale rifilare solo slogan e spot, ma come un cittadino-pensante che vuole anche ascoltare ragionamenti. All’elettore si arriva in due modi: con la pancia e con la testa. Esistono due archetipi di campagna comunicativa: la campagna emotiva e la campagna razionale. Che naturalmente possono anche evolvere in forme ibride. L’evento svoltosi al Massimo, come tutte le sedute di coscienza, è stato un modo intelligente di fare campagna razionale e io credo che se anche l’elettore comune, non simpatizzante del PD, avesse potuto seguire tale dibattito in radio, in tv o su internet (o, persino, su qualche maxischermo), avrebbe sperimentato una forma nuova di marketing elettorale: un reality fatto di passioni e idee, di persone in carne ed ossa che si confrontano, più penetrante di qualsiasi slogan o santino.

D’altro canto l’intera campagna elettorale del centrosinistra si svolge sul filo del rasoio di una comunicazione che, da un lato, deve mostrare il basso livello di contaminazione politica (determinato dall’esclusione di candidati indagati, ancorché elettoralmente forti, e dall’inserimento nel listino di candidati non politici) e, dall’altro, deve persuadere gli elettori che la Regione Abruzzo può essere governata solo da una classe politica che abbia già una significativa esperienza di governance dei territori locali. Una strategia “cerchiobottista” che appare inevitabile in uno scenario dove il dilemma amletico dell’elettore potrebbe essere: meglio farsi governare da persone non contaminate politicamente ma prive di esperienza amministrativa o affidarsi a politici di professione capaci di gestire i problemi del territorio? Del resto le sorti elettorali saranno decise dall’ordine di priorità che i cittadini stabiliranno indirettamente nell’urna: l’Abruzzo ha più bisogno di onestà e trasparenza oppure di sviluppo e lavoro? Non che onestà e capacità politica siano termini in contraddizione, ma la storia politica dell’Italia pre-tangentopoli ha mostrato che una classe dirigente tetragona come quella pentapartitica, pur corrotta e poco trasparente, è stata, in molti frangenti, capace di costruire sviluppo. Ciò rappresenta una verità scomoda da accettare e rifiutata dai benpensanti: eppure una tale contraddizione storica meriterebbe una riflessione scevra di moralismi e qualunquismi. Ma, per quanto riguarda l’Abruzzo, il problema della bonifica dell’agone politico dai politici di professione non appartiene solo al centrosinistra, ma investe anche la coalizione del PDL. Si tratta, da entrambe le parti, di strategie di rimodulazione del consenso elettorale reso più precario dal clima di qualunquismo e antipolitica che serpeggia da anni nel paese. Sia PD che PDL devono muoversi in equilibrio, elogiandosi come classe politica efficiente e, al contempo, rivendicando la loro natura angelica e poco “politica”. Ma la politica, intesa appunto come l’arte di governare la città, era una scienza gloriosa nell’antichità: e se Platone sognava una repubblica perfetta, Aristotele immaginava uno stato meno perfetto ma più realistico. La comunicazione elettorale prescrive di cavalcare il senso di antipolitica che attraversa il paese per intercettare il voto dell’elettorato disilluso. Ma la comunicazione elettorale non è la Bibbia. Sopra essa c’è la democrazia e tutti sanno (ma a volte lo dimenticano) che dove cessa la politica come scienza del buon governo iniziano fenomeni forieri di sventura: il qualunquismo e il populismo.

Parafrasando il titolo una nota opera filosofica, molti si augurano che l’eclissi della Ragione non conduca all’eclissi  della Regione..

 

 

Prof. Franco Forchetti

Docente di Comunicazione

Esperto di Comunicazione politica

forchetti@inwind.it

blog: http://abruzzopolitica.digitlearning.com

sito web: www.digitlearning.com

 

martedì, 09 dicembre 2008

chiodiTUTTI GLI ARTICOLI SUL PRESIDENTE

 

 

Senza entrare nel merito delle vicende che hanno condotto Gianni Chiodi alla ribalta nazionale per effetto della polemica sul video di “Tutti i giovani del presidente” e che hanno scatenato richieste di indagini e interrogazioni parlamentari, non si può non notare che, se è vero che la comunicazione è anche “rumore”, allora l’eco nazionale del piccolo presunto “Young-Gate” ha trasformato Gianni Chiodi in personaggio di fama nazionale, tanto che il suo viso campeggia sulla prima pagina dell’Unità.  Non credo che vi sarà un contraccolpo negativo di immagine per Chiodi. Tutt’altro. Nella percezione dell’elettore medio non politicamente schierato la vicenda ha semmai reso più “personaggio” Chiodi facendolo uscire dal limbo politico per consegnarlo all’immaginario collettivo. Se nella sua comunicazione Chiodi si autodefinisce “il presidente”, tali ultime vicende sembrerebbero paradossalmente proiettarlo nella psiche di molti come il “presidente”, proprio perché al centro di una polemica nazionale. Se ne parla e anche chi non lo conosceva bene, ora lo conosce. Non credo che l’elettore medio non schierato abbia tempo e volontà di indignarsi per una presunta e ipotetica vicenda di cooptazione di elettorato giovanile, ma credo semmai che il “molto rumore per nulla”, se di “nulla si tratta”, avrà un peso in termini di voti. Ammesso che non vi siano sviluppi giudiziari legati alla vicenda che si traducano in perdita di consenso. Per ora, non fa differenza in termini di consenso che se ne parli bene o che se ne parli male. Fa differenza il fatto che se ne parli. I media si occupano tutti di lui, dentro e fuori regione. Tutti i giovani del presidente sono diventati tutti gli articoli sul presidente.

 

martedì, 09 dicembre 2008

Logos e logo politico. Il problema del simbolo e dei significati trasmessi

costantini depliant
Convention elettorale al Cinema Circus per la presentazione del candidato di coalizione Costantini.
L’occhio del comunicatore legge un’organizzazione all’americana con hostess che consegnano all’ingresso gadgets e spillette del candidato. Poiché il semiologo, ovvero colui che si occupa dei segni (tutto ciò che sta al posto di qualcos’altro), è aduso ad osservare i particolare, non sfugge il fatto che nel materiale propagandistico Costantini appare come il candidato del suo partito: il simbolo scelto è una sezione di triangolo bicolore (verde e……) contenuta in un cerchio: è il richiamo al logo della regione Abruzzo. Il simbolo è troppo geometrico e poco semantico: in altri termini comunica poco o nulla ai suoi interpreti. Esso appare più adatto al branding aziendale o sportivo che alla simbologia partitica che ha bisogno di loghi più identificabili, più suggestivi e comunicativi. Non appare alcun riferimento al Partito Democratico che pure è nella coalizione. Il logo del partito o della coalizione deve tradurre visivamente i valori e le mission che sono alla base degli stessi e, soprattutto, deve essere immediatamente comprensibile dall’elettore. In termini aulici, il logo deve rispecchiare il logos, quello che per gli antichi greci è il discorso della ragione e per i cristiani il principio divino supremo: senza una corrispondenza biunivoca e osmotica tra il simbolo grafico (logo) e il suo significato profondo non si compie il miracolo della comunicazione.
In altri termini il simbolo della coalizione esige una semantica predefinita ovvero deve essere capace di comunicare significati ben precisi: il simbolo sta al posto di quei significati e, a loro volta, quei significati devono trovare la loro quintessenza grafica nel simbolo medesimo. Occorre che nel logo vi sia un’immagine che non imponga un’interpretazione difficile da parte dell’elettore.

Logo a parte, mi è parsa ottima invece la scelta di accogliere l’arrivo di Costantini sul palco con una colonna sonora motivante che naturalmente evoca lo stile delle campagne elettorali americani. La presenza di un pubblico giovane in sala è il segnale che l’effetto Costantini potrebbe essere molto forte presso l’elettorato giovane che potrebbe riconoscersi in un candidato giovane, preparato, “comunicativo”.



dalfonso7D’Alfonso, Costantini e la catarsi politica

Nella convention elettorale del 14 novembre 2008 al Cinema Circus per la presentazione del candidato Carlo Costantini, i primi speaker dell’evento sono coloro che quest’ultimo ha indicato nel listino: personalità provenienti dal mondo della società civile. Durante l’incontro si pone più volte l’accento sul fatto che si tratti un listino depoliticizzato dove sono assenti i cosiddetti politici di professione. D’altro canto l’intera campagna elettorale del centrosinistra si svolge sul filo del rasoio di una comunicazione che, da un lato, deve mostrare il basso livello di contaminazione politica (determinato dall’esclusione di candidati indagati, ancorché elettoralmente forti, e dall’inserimento nel listino di candidati non politici) e, dall’altro, deve persuadere gli elettori che la regione Abruzzo può essere governata solo da una classe politica che abbia già una significativa esperienza di governance dei territori locali. Una strategia cerchiobottista che appare inevitabile in uno scenario elettorale dove il dilemma amletico dell’elettore potrebbe essere: meglio farsi governare da dilettanti non contaminati politicamente ma privi di esperienza o affidarsi a chi sa cosa significa fare la classe dirigente. Del resto le sorti elettorali saranno decise dall’ordine di priorità che i cittadini stabiliranno indirettamente nell’urna: la regione Abruzzo ha più bisogno di onestà e trasparenza oppure di sviluppo e lavoro? Non che onestà amministrativa e capacità politica di governo siano caratteristiche che si escludono a vicenda, ma la storia politica dell’Italia pre-tangentopoli ha insegnato che una classe dirigente tetragona come quella pentapartitica, pur corrotta e poco trasparente, è stata, in molti frangenti, efficace e capace di costruire sviluppo. Ma, per quanto riguarda l’Abruzzo, il problema della bonifica dell’agone politico dai politici di professione non appartiene solo al centrosinistra, ma investe anche la coalizione della PDL. Si tratta, da entrambe le parti, di strategie di rimodulazione del consenso elettorale reso più precario dal clima di qualunquismo e antipolitica che serpeggia da anni nel paese.

L’incontro è continuato con gli interventi di Pino De Dominicis e Luciano D’Alfonso. Il discorso del segretario regionale del PD è apparso muscolare, emotivo, accorato: si è menzionata l’infausta scelta dell’alieno a palazzo di regione e si è affermata la necessità di far sì che l’Abruzzo venga governato da una classe dirigente degna di questo nome che abbia giù maturato esperienze di amministrazione dei territori.
D’Alfonso ha compiuto una scelta comunicativa giusta allorché ha indugiato sul fatto che Costantini fosse stato un candidato emerso da una dialettica dura tra PD e IDV ed ha messo in rilievo come le scelte migliori nascano sempre da conflitti intestini e come esse finiscano con l’essere il distillato di una tenzone politica. Il segretario regionale ha fatto bene a non evitare l’argomento che taluni consideravano scomodo: avrebbe potuto anche non menzionare il parto doloroso col quale si è giunti all’accettazione della candidatura di Costantini. Soffermandosi, invece, sul travaglio e sulle sofferenze maieutiche che hanno condotto alla scelta del candidato di coalizione, D’Alfonso ha compiuto la catarsi, aristotelicamente parlando, dell’evento: parlandone e sottolineando la positività di un candidato designato alla fine di una democratica battaglia politica interna, D’Alfonso ha ricordato a tutti che la politica è anche un processo di incubazione e di selezione dei migliori dal basso. Così facendo D’Alfonso ha lasciato intendere, pur non facendone menzione, che è migliore, dal punto di vista darwinian, la scelta di un Costantini che quella di un Chiodi, avvenuta semplicemente come la designazione da parte di Berlusconi del suo presidente ideale in una terna di papabili.
D’Alfonso ha elogiato la carriera politica di Costantini costellata di esperienze significative che lo hanno reso degno e meritevole di aspirare al ruolo di governatore regionale. L’intervento si è concluso con l’auspicio di una vittoria che preluda a 10 anni di governo regionale da parte di Costantini medesimo.
Infine vi è stato l’intervento dell’on. Carlo Costantini. Si è trattato di un lungo discorso, condotto più con lo stile dell’uomo di partito che espone le sue linee programmatiche che con quello del leader di coalizione. Ma, essendo una convention della coalizione, è giusto che Costantini abbia scelto un tono di voce meno enfatico del solito e un ritmo più pacato. D’altro canto, in altri interventi, ho rilevato che Costantini è molto abile ed efficace nella comunicazione televisiva e mediatica in senso lato: in questo senso è un candidato “mediaticamente” forte e più persuasivo del suo concorrente Chiodi. Costantini ha indicato in modo puntuale ed efficace tutti i punti del suo manifesto programmatico, palesando una profonda conoscenza dei temi strategici del futuro governo regionale. Mi sembra tuttavia che il progetto di Costantini (ammesso che rispecchi in tutto e per tutto quello del PD dato che la convergenza tra PD e IDV è avvenuta in tempi recentissimi, con la conseguenza di due programmi distinti), pur puntuale e lodevole nei contenuti, rischi di apparire troppo “palingenetico”: tutti si augurano un Abruzzo come quello delineato da Costantini ma il buon senso suggerisce ad ogni elettore che non tutto potrà essere realizzato sia per ragioni finanziarie che per problemi di tempistica. Occorre quindi che il candidato Costantini focalizzi, in queste due ultime settimane di campagna elettorale. la sua comunicazione su quei temi che saranno discriminanti e decisivi nell’esito elettorale: sanità, ambiente, onestà dell’amministrare e lavoro. Nessun elettore crede a una terra promessa dove tutto miracolosamente si risolve ma molti elettori possono dare fiducia a progetti politici che esprimano priorità e modi di intervento precisi. Il consiglio è: promettere poco ma spiegare come a quel poco si arriverà.



Non dimenticatevi Internet e gli elettori internauti.

 

 


Il sito del Pd abruzzo (www.pdabruzzo.com) non ha subito evidentemente un make up adatto alla campagna elettorale in corso. A parte il manifesto programmatico pubblicato sul sito (e graficamente impostato in modo poco attraente per il visitatore) e un video del segretario regionale Luciano D’Alfonso, non vi è nulla che costituisca un richiamo alla competizione in corso. E meraviglia osservare che non c’è nemmeno un banner dedicato a Costantini Presidente. Per il resto il sito offre informazioni istituzionali sull’organizzazione regionale del partito. Sarebbe il caso che chi si occupa di comunicazione nel pd si metta subito all’opera per trasformarlo in un sito di marketing elettorale, più incisivo e più focused sulla competizione in corso. Non sono riuscito ad accedere al blog del segretario regionale che naturalmente va subito potenziato. Non dimentichiamo che nell’elettorato cosiddetto indeciso (quello che potrebbe decidere l’esito della competizione) vi è certamente quel segmento corrispondente a quei soggetti che navigano in internet e acquisiscono molte informazioni in rete (l’elettore networked), in genere trentenni e quarantenni, di buona cultura e che, diffidando dei media tradizionali, amano interagire sui blog e sui social network. Un sito efficace e comunicativo gioca sicuramente un ruolo altamente persuasivo nella conquista di questa tipologia di elettorato.



Marino Roselli. Un modello di campagna lunga


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Ho giudicato positivamente la tempistica comunicativa del candidato consigliere Marino Roselli che, sfruttando l’onda delle primarie, è stato tra i primissimi a far uscire manifesti ed affissioni, ben sapendo che la campagna elettorale lunga, in anticipo sugli avversari, è premiante. Gli elettori ricordano meglio i candidati cha appaiono in largo anticipo e non hanno concorrenza comunicativa rispetto ai candidati che si dividono gli spazi comunicativi con decine di altri candidati.
Il claim della campagna (“L’Abruzzo a testa alta”) esprime la dignità dell’impegno personale che vuol essere speso per alzare la testa nonostante le ultime vicende, l’orgoglio di mettere la propria esperienza ancora al servizio della Regione. Questo è il tono giusto che gli slogan di questa campagna elettorale devono avere. Parafrasando e corrompendo Shakespeare, il resto è rumore
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Prof.Franco Forchetti. Docente di Comunicazione ed esperto di comunicazione politica

cell. 3925480636  

postato da: russelco alle ore 05:42 | Permalink | commenti
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